dove?

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Dove sta il coraggio di ripartire?

Tra le pieghe di lenzuola fragili,

nei respiri che innaffiano la gola,

sciolto nella tisana di melissa,

intrecciato a parole, abbracci, note?

Dove sta la forza per ripartire?

senza titolo

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Ora navigo a vista

di stagione in stagione

baratto arcobaleni

con gelati al limone

 

.Alda Invernizzi

filastrocca dell’estate

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da https://tiasmo.wordpress.com/2016/07/12/non-sono-allaltezza-sto-al-livello-del-mare-filastrocca-dellestate/

 

“Io vado in vacanza dalle esclamazioni, dai punti fermi, dalle conclusioni.
Che un punto alla fine a guardarlo dal vero, è un foro nel foglio, un gran buco nero.
Io vado in vacanza dalla mia settimana, saltello nel tempo giocando a campana.
Io vado in vacanza dall’ansia del fare. Mi metto in disparte e resto a guardare.
E lascio le luci a chi più le vuole, a stare nell’ombra si gode un bel sole.
Io vado in vacanza da quel che conosco, provo il diverso, al nuovo do posto.
Io vado in vacanza dal tacito accordo, bisticcio, m’incazzo, abbaio e poi mordo.
Io vado in vacanza dalla saggia formica, aspetto l’inverno per fare fatica.
Io vado in vacanza dai vestiti stirati, sudare pulisce i cuori accaldati.
Io vado in vacanza senza valigia, mi vesto con l’onda sulla battigia.
Col vento e la brezza mi cambio d’umore, mi stiro i pensieri, intono i colori.
Io voglio vacanze di sabbia e di lino, di teste accaldate sul fresco cuscino.
Io vado in vacanza dal perenne lottare, non sono all’altezza, sto al livello del mare.
Io vado in vacanza dai giorni a venire, il lusso del tempo è lasciarlo finire.”
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l’amicizia

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Domenica, calma piatta

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I giorni della settimana hanno mutato colore. Quando ancora lavoravo, pativo il lunedì – ché odiarlo, non l’ho odiato mai – e adoravo il giovedì, momento in cui la settimana iniziava la sua lenta ma inesorabile discesa verso il week end. L’apoteosi la raggiungeva il sabato, giorno magico per eccellenza, giorno pieno, preludio di festa, certezza felice, approdo sicuro. Il fine settimana, poi, significava vita sociale o relax, oppure entrambi, in un’alternata, fantastica, confusione. La domenica era giornata di rituali: la messa – solo a volte, lo confesso – il bagno settimanale ad interrompere la sequenza delle docce quotidiane; un bagno serio, con l’atmosfera giusta regalata da incensi e candele e creme profumate. Oppure, spesso, una gita fuori porta, organizzata per tempo, a casa di questo o quell’amico, o una passeggiata al lago o in montagna. Niente mare di domenica: troppo lontano, troppe code al rientro. Da quando invece il lavoro è terminato, è inevitabile, le giornate si succedono uguali. Sono sempre cadenzate da commissioni e impegni – molti, nemmeno io potevo immaginare, prima, che riuscissero ad essere così numerosi – ma i giorni possono essere riempiti a piacimento, perché il tempo ora è una variabile che, a Dio piacendo, mi appartiene completamente. Ogni giorno della settimana, quindi, è una sorta di week end, allegro, spensierato, variopinto. Il sabato è … sempre sabato. La domenica, invece, calma piatta. Il centro si desertifica, la spesa si riduce al minimo sindacale – al supermercato io vado lo stesso, con buona pace della crociata delle commesse – la gente si aggira lenta, festiva, distratta. Non si combina nulla o quasi, ché ha poco senso immergersi nel caos delle auto che si riversano in strada quando è possibile farlo, controcorrente, durante gli altri sei giorni. Di domenica i laghi e simili sono inflazionati, caotici, scontati. Fa caldo, troppo caldo, molto più caldo che in ogni altro giorno della settimana, pare. C’è anche un pranzo formale da cucinare, mentre gli altri giorni basto a me stessa e alla mia frugalità. Fatta questa eccezione, il giorno festivo si traduce in un nulla cosmico: certo non manca lo spazio per un film in tv, un libro da assaporare, la scrittura, una passeggiata in rete. Niente di nuovo, niente di diverso sotto il sole: resto in attesa del lunedì e della ripresa. Della serie, che barba e che noia, o meglio ancora, della serie “contenti mai”.

 

 

Ti voglio gialla

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Solleverei gli angoli delle labbra
con indice, pollice e tocco lieve,
toglierei la riga che solca il viso,
il nero di pensieri dentro gli occhi;
poi, con le mani aperte, lentamente,
carezze sulle spalle, braccia, schiena,
via dolori e le ansie, via i tormenti,
via quel velo grigio che ti ricopre
anima, gambe, pure i sentimenti.
Accesa di luce, gialla ti voglio
e brillante, a trafiggere lo specchio.

A. Invernizzi

Ed esco

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Asciugo con carta assorbente

desideri e sogni

che si rincorrono su fogli sottili.

Vesto di colori nuovi e stoffe morbide

respirando piano

sconosciute fragranze.

Slego i pensieri

allineati con cura

in ordinate colonne della mente.

Ammucchio macerie e calcinacci

di progetti infranti

in un angolo nascosto del cielo.

Osservo la goccia d’acqua

cercare tremula un nuovo corso

sul vetro umido.

Lavo mani e viso

ed esco

chiudendo piano la porta.