C’era una volta il tempo

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Il metro del tempo

Da “Lo sguardo di Eva” di Piergiorgia Oderda  (Ed. Tirrenia Stampatori)

La sensazione sgradevole del tempo che passa, un mese non è ancora cominciato che già finisce e i giorni ti fuggono tra le mani e ti volti indietro a guardare e ti chiedi: ma dove è andato, questo tempo? che cosa ne ho fatto? e ti pare di non aver fatto proprio niente, e allora ti monta l’angoscia, l’affanno di non riuscire a fare tutto, la paura di star buttando via la vita …

Quante volte passano per la testa dei pensieri così. Come quando non trovi più un oggetto che avevi in mano poco fa, o quando dimentichi quello che stavi per dire, o quando torni indietro due, tre volte, per verificare che il gas sia spento, che la finestra non sia rimasta spalancata … Cose così. Stupide, ma ti mandano in crisi. Accusi la vecchiaia che incalza,, temi una malattia degenerativa, ti inventi mille scuse pur di non vedere in faccia la realtà. Che non è quella del tempo che passa – che storia, il tempo passa per tutti – che non è quella dell’invecchiamento – figurati, eri già così a vent’anni – ma è la tua incapacità di vivere dentro ciascuna delle tue giornate.

Facci caso. E’ molto raro che tu sia lì, dove stai facendo qualcosa. Ci sei col corpo, certo, e qualcosa lo stai facendo. Ma la tua testa, dov’è la tua testa? Oh, la testa è lontana. Pensa a ciò che bisogna fare domani e domani l’altro, ripercorre gli eventi del giorno prima, s’inerpica in una serie di ragionamenti e di collegamenti che nulla hanno a che vedere con quanto ti sta di fronte. Con il risultato che l’azione a cui sei intento viene svolta meccanicamente, senza partecipazione. Ed è come se tu non l’avessi fatta.

E’ questo il nostro guaio. La presenza fisica e l’assenza mentale, l’incapacità di aderire totalmente, come fosse l’unico, al momento che stiamo vivendo. Ed è unico, ogni momento della nostra vita è unico. Perché ce li lasciamo sfuggire? Perché non impariamo ad essere presenti davvero ad ogni gesto, ad ogni evento? Il tempo non esisterebbe come un incubo, perché saremmo noi il metro del nostro tempo.

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