un racconto fuori stagione

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Capodanno.

Il mio nome è Paolo, ho nove anni e sono un bel ragazzo. Me l’hanno detto tutti, stasera. Sono proprio elegante col pantalone blu, la camicia a righe e il papillon. La mamma non ha avuto dubbi: a Capodanno ci si veste un po’ speciali, perché tutta la serata è un po’ speciale. Le feste, a casa nostra, riescono sempre bene: tanta gente, musica, cose buone da mangiare e allegria. In genere però io non partecipo: vado a letto presto dopo aver cenato in fretta, in cucina, con la tata. Questa volta si è fatta un’eccezione e ho partecipato anch’io, che ormai sono grande e posso restare alzato sino a mezzanotte. E poi domani non c’è scuola. Domani comincia il nuovo anno. Ho studiato una filastrocca divertente sui dodici mesi; dice che dicembre ammazza l’anno e lo sotterra. Ma lo dice così, solo per la rima con la strofa precedente. Povero dicembre, povero anno che finisce e se ne va. Un po’ mi spiace perché sembra una cosa triste dire addio a questo tempo passato. Ci ha regalato anche giorni belli, le vacanze, giochi nuovi, amici e amiche. Eppure tutti sembra si ricordino soltanto dei momenti tristi, dei guai, delle brutte notizie. E non vedono l’ora che se ne vada e che arrivi il suo successore, l’anno nuovo. Me lo immagino come un bimbo piccolo nella culla – come il cuginetto arrivato da poco – che sorride a tutti e fa ciao con la manina. E tutti gli sorridono e si aspettano grandi cose da lui, novità, miracoli. Ma non capiscono che l’anno nuovo crescerà e pian piano diventerà un vecchierello proprio come quello che se ne sta andando ora? Strani i grandi, sono proprio strani. Questa sera ci sono altri due bambini alla festa. Carolina sarebbe anche una bambina  simpatica – forse – se mi rivolgesse la parola. Invece mi ha sorriso ma poi è sempre rimasta appesa alla mano della sua mamma. Marco invece mi ha salutato come se mi conoscesse da sempre e non fosse la prima volta che ci vediamo. Poi mi ha mostrato un modellino di moto che di sicuro sarà molto bello.  A me è sembrato solo un modellino così, normale. Me l’ha lasciato per un minuto e poi se l’è ripreso. Ma va bene, tanto a me non è che piacciano così tanto, le moto. Preferisco i libri e colorare e scrivere. Ma la mamma dice che stasera non si può fare, che bisogna essere sorridenti e chiacchierare con tutti. Io non ho tutta questa voglia di chiacchierare: me ne sto un po’ qui e un po’ là ma non mi arrabbio se i grandi mi accarezzano passando o mi scompigliano i capelli. Li lascio fare. Tanto mica durerà in eterno, questa festa. Tutti sorridono e ridono e sembrano allegri e spensierati ma non mi fregano perché mi sa che un poco fingono. Anche la mamma, prima che arrivassero gli ospiti, era nervosa e un po’ arrabbiata perché papà non ce l’ha fatta a tornare in tempo da Boston. Ormai è laggiù da parecchio e nemmeno al mio compleanno è riuscito ad arrivare. Mi ha telefonato e abbiamo parlato tanto, da uomo a uomo. E’ stata proprio una bella chiacchierata. A me non manca tanto perché forse mi sto disabituando a lui. Chissà se si può dire disabituando: lo devo chiedere alla maestra. Forse però è una buona cosa che arrivi l’anno nuovo. Magari succederanno cose belle davvero, per esempio papà che torna a casa. Forse hanno ragione i grandi. Bisogna essere ottimisti, sorridenti e felici, sognare e brindare. Per me c’è succo di mela ma va bene lo stesso. Cinque, quattro, tre, due, uno … Buon anno, Buon anno a tutti!

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