Storie di Lea

 

Le “Storie di Lea” continuano su

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Mercoledì.

Lea scrive bene. Già al liceo aveva realizzato di possedere una buona capacità espressiva, anche se limitata alla produzione scolastica. Più tardi, la sua creatività aveva dato vita a brevi fiabe per i suoi bambini, a canzoncine da cantare in auto, a ninnenanne. Ha conservato ogni suo scritto su un quaderno a quadretti che sonnecchia in un ripiano dell’armadio. Poi è stata la professione di traduttrice che le ha consentito – imposto – di allenare e affinare le tecniche di scrittura. La lettura in pubblico, invece, è sempre stata un problema. Leggere a voce alta non è mai stato il suo forte. Non è timida, tutt’altro, ma la sua voce non è allenata, la sente insicura, fragile, la vorrebbe differente. Così quando ha saputo di un corso di lettura espressiva – breve ma intenso – si è messa in gioco e si è iscritta. E’ stato un regalo che si è concessa per puro divertimento perché, in concreto, non avrà forse mai l’occasione di esibirsi. E si è divertita davvero: gli esercizi per allenare la voce, la cura dei toni e del volume, l’importanza della dizione, i metodi per migliorare la postura e la respirazione, i vari stili legati al tipo di lettura e al pubblico cui è rivolta, tutto è stato appassionante. Quando ha ascoltato la sua nuova voce registrata, quasi non si è riconosciuta: profonda, sicura, migliore.

 

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Martedì sera.

Le serie tv hanno conquistato anche Lea: ne segue più di una – quel che il tempo le consente – con inesauribile costanza. Niente di truculento o fantascientifico: ama le commedie, concrete e verosimili, e le saghe familiari ambientate ai giorni nostri, ma si è appassionata anche a una serie in costume. Denominatore comune: cast notevole e produzione di alta qualità. Ne parla spesso con le amiche e insieme commentano, con compiaciuto entusiasmo, gli sviluppi delle vicende. Una serie in particolare riscuote, fra loro, il successo maggiore. Per seguirla, si sono inventate una specie di gruppo di ascolto e Lea ha offerto volentieri il suo alloggio, spazioso e sempre disponibile. L’appuntamento settimanale è così diventato anche un pretesto per ritrovarsi e condividere, oltre agli episodi televisivi, tempo e parole. La serata del dolce si alterna a quella del salato perché è inevitabile che qualcosa di commestibile si accompagni alla visione; c’è chi offre torte e biscotti cucinati in casa e chi, meno capace, acquista salatini in pasticceria; tisane, infusi e bevande varie non mancano mai. E cioccolatini artigianali nemmeno. Sono serate divertenti e spensierate che si protraggono ben oltre la fine della puntata, farcite di conversazioni fiume. Perché si sa, una parola tira l’altra.

 

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Venerdì pomeriggio.

Sono giornate di vento forte. Lea ha ridotto le uscite all’indispensabile: nemmeno la spesa si è concessa. Proprio lo odia questo vento esagerato, che la fa sbandare per strada, le irrita gli occhi, la innervosisce, la costringe a camminare abbracciata a se stessa, che poi tutte le ossa insorgono, indolenzite. E’ stata l’occasione giusta per dare un’occhiata alle provviste in dispensa: in un armadio della cucina – pomposamente definito dispensa – ripone le scorte alimentari. Non troppe, visto che vive sola, ma abbastanza da fronteggiare ospiti inattesi o la fine improvvisa e imprevista di olio, zucchero, caffè, biscotti; c’è una collezione di tè, tisane e infusi, scatole e scatolette, pasta di ogni tipo. Quando viaggia poi, acquista con piacere prodotti tipici del luogo che sistema in dispensa e si scorda di avere. Così, impietose, maturano le scadenze e i prodotti vanno scartati. Si è ripromessa più volte di non cedere alla tentazione del doppio acquisto ma è capitato e capita. Questa volta però è stato un sopralluogo fortunato e non ha dovuto buttare nulla: ha ripulito e riordinato soltanto. Peccato aver scoperto una scatola di biscotti sfiziosi per caso dimenticata. Buoni, troppo, troppo buoni.

 

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Lunedì sera.

Anche le feste pasquali sono scivolate via. Lea è appena tornata dal mare, riposata, ritemprata, serena. Un gruppo di amici l’ha invitata a trascorrere qualche giorno sulla riviera ligure di levante e ha accettato senza esitazioni. Sole caldo e un accenno di vento hanno incorniciato la vacanza:  un mosaico di buon cibo, passeggiate, musica, letture e chiacchiere. Il protagonista assoluto però – oltre all’azzurro sullo sfondo – è stato un minuscolo terrazzo fiorito che l’ha accolta come un abbraccio affettuoso. Un luogo magico a ogni ora, sia la mattina appena alzata, sia la sera prima di andare a letto.  Sente ancora il profumo della crema solare, della focaccia dolce, del tè agli agrumi, del mare.  Domani arriveranno i ragazzi e, con loro, quella piacevole confusione che spesso le manca. Si fermeranno una decina di giorni e già sa che saranno pieni, intensi, colorati. Tante cose da fare e da dire, da raccontare, da chiedere. Non vede l’ora. Adesso svuoterà il borsone e archivierà questo gradevole assaggio di vacanza; ha solo bisogno di una doccia calda e di una cena leggera. Con calma però e più tardi.  Rilassata, socchiude – solo un attimo – gli occhi e si addormenta in poltrona, le chiavi dell’auto ancora in mano.

 

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Sabato pomeriggio.

Aprile, dolce dormire. Vero, verissimo. Lea accusa una stanchezza cronica e un estremo desiderio di sonno. Impegni permettendo, si sveglia più tardi il mattino e si regala anche un quarto d’ora di pennichella pomeridiana. Non basta. E’ tempo di assumere un integratore che la supporti nel fastidioso cambio di stagione e la aiuti ad affrontare meglio il clima più caldo. L’erborista di fiducia le ha consigliato un intervento disintossicante in prima battuta e un maggior apporto di vitamine: via libera a frutta e verdura sotto ogni forma. Ha acquistato da poco un estrattore – ora i prezzi del prezioso elettrodomestico si sono fatti più abbordabili – e lo usa ogni giorno. Le hanno anche segnalato una serie d’incontri che hanno come tema la nutrizione e si è subito iscritta. Mangiare bene, mangiare meglio, è fondamentale e Lea vuole saperne di più sull’argomento alimentazione: carboidrati, proteine, zuccheri, grassi saturi e insaturi. Vuole approfondire e capire come impostare in modo corretto la sua dieta. Grazie al cielo non ha bisogno di perdere peso: un metabolismo felice la aiuta, ma ha comunque deciso che dedicherà la primavera a rimettersi in forma sotto ogni punto di vista. Che volersi bene deve essere la parola d’ordine, oggi e sempre.

 

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Lunedì.

Il lavoro in libreria è sempre gratificante. La occupa due volte la settimana, per quattro ore piacevoli e vivaci: è a disposizione dei clienti per assistere e consigliare. Spesso si tratta soltanto di recuperare un volume; a volte invece si rivolgono a lei per un suggerimento. A Lea basta porre qualche semplice domanda per intuire i titoli da proporre. Nascono così conversazioni a volte leggere e divertenti, a volte profonde e appassionate. Parlare di libri non la stanca mai: preferisce, se possibile, consigliare quel che ha già letto o autori che comunque conosce bene. Si documenta consultando le recensioni su siti tematici e ha un paio di amici fidati – accaniti lettori, proprio come lei – che le suggeriscono le novità interessanti. Lea consiglia anche la partecipazione a presentazioni, eventi, corsi di lettura. Succede poi che le chiacchierate sconfinino: le persone hanno sempre più voglia e bisogno di parlare e di confidarsi, di aprire finestre sulle loro vite e i libri diventano un pretesto per raccontarsi, per spiegare, per condividere. Lea ascolta con attenzione e interesse: spesso le storie sono un regalo, un mattoncino colorato che resta nel profondo. Si è chiesta spesso per quale motivo le persone si aprano volentieri con lei e le raccontino di sé. Non ha risposte, ma va bene così.

 

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Giovedì.

Aria di primavera, voglia di novità. Lea non vede l’ora di archiviare piogge e freddi per incamminarsi verso la stagione calda. Come ogni anno però la primavera porta con sé un desiderio impalpabile di rinascita, di cambiamento, di rinnovamento. Non è sufficiente l’acquisto di qualche capo leggero e colorato o una risistemata ai capelli: ha proprio bisogno di nuovo. A casa si guarda intorno, perplessa. Stacca le tende del salone – che vanno comunque rinfrescate – e decide che le sostituirà.  Rigorosamente bianche, eleganti, sobrie, potranno riposare nel cassettone per essere di nuovo utilizzate il prossimo autunno. Ora Lea ha voglia di colore. Niente di troppo appariscente, per carità: in un grande magazzino d’arredi aveva notato, tempo fa, dei tendaggi leggeri e ben rifiniti, già pronti per essere appesi.  Decide, acquista. Sono veli sovrapposti, una base bianca e un tocco pastello. I colori sono tenui, trasparenti, riprendono le tonalità degli arredi. Scivolano a terra senza strafare. Sono nuvole. Regalano all’ambiente un’aria luminosa e allegra. Persino i mobili sembrano ringiovaniti e sorridenti. La difficoltà è minima, la spesa è contenuta. Il risultato è la primavera dentro casa.

 

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Martedì mattina.

Lea non si è mai lasciata travolgere dalle tendenze del momento. Misurata, si ciba di tutto un po’, senza privarsi ma senza esagerare. Solo agli slanci del cuore non si sottrae, ma questa è tutta un’altra storia. Nelle ultime settimane però le è accaduto qualcosa di strano, d’inusuale: una serie televisiva l’ha letteralmente stregata. Ha cominciato per caso a seguirne una puntata in tv ed è stato amore a prima vista. Non paga, ha scoperto come recuperare le stagioni passate e quelle non ancora proposte al pubblico italiano e le ha divorate al pc, anche in lingua originale. Si è stupita di se stessa e di questa incontrollabile passione che le ha tolto ore di sonno e di tempo altrimenti dedicate ad altro. Ha anche acquistato i romanzi cui la saga è ispirata e li ha letti con la stessa voracità per ritrovare storie e personaggi e regalare loro sfumature e dettagli. Catapultata in un’epoca lontana, affascinante e misteriosa,  si è regalata una poltrona in prima fila e non ha perso una battuta. E ora che tutto è terminato – serie tv e libri – si sente orfana, con uno strano malessere malinconico addosso. E’ stato un sogno, quasi un incantesimo che mai avrebbe pensato la potesse avvolgere. Piacevole. Forse eccessivo. Intenso.

 

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Domenica sera.

Le giornate di sole si alternano a quelle di foschia, il caldo tiepido al freddo intenso, la malinconia alla spensieratezza. Tipico di questo periodo dell’anno; tipico anche di certe fasi della vita. Lea ha provato a scrollarsi di dosso apatia e malumori: occorreva un toccasana, una sferzata vigorosa. Sua figlia le ha offerto un pretesto per uscire dal guscio e allontanarsi a respirare aria nuova. Bagaglio minimo di abiti e pensieri, l’ha raggiunta a Firenze per un fine settimana. La città si presta sempre, collabora con le sue atmosfere magiche, si offre. Anche la sua ragazza ha ritagliato due giorni tutti per lei, studi permettendo. La scuola orafa si è davvero rivelata una scelta azzeccata e il percorso scolastico procede con successo,  sostenuto dalla consueta passione. La sua ragazza è brillante e coraggiosa e i gioielli che crea la rappresentano. Li esporrà presto a una manifestazione importante. Lea è orgogliosa e soddisfatta. Firenze poi l’ha accolta col consueto sorriso magnetico. Monumenti, gallerie, vie percorse e ripercorse ma sempre da scoprire. Perché ogni volta è differente, il cielo ha una sua luce, i colori cambiano, le immagini nuove si sovrappongono alle antiche. Firenze è speciale. In treno, di ritorno, Lea assapora una ritrovata serenità. Ci voleva.

 

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Lunedì.

Lea frequenta un corso di scrittura creativa. Da qualche tempo rimuginava l’idea, attratta ma titubante. Poi, per caso, in quel gioco di coincidenze che tanto l’affascina e teme, ha saputo del laboratorio di scrittura organizzato da un centro culturale della sua città. Il costo d’iscrizione era abbordabile, l’impegno, sostenibile. Sepolte le remore e i dubbi, si è iscritta. Sono in otto. Si ritrovano ogni settimana, per un paio d’ore di teoria, letture, dibattiti, esercitazioni, ore che volano leggere, velocissime. Sono ormai un gruppo affiatato, variegato per età, vissuti ed esperienze ma legato dalla comune passione per la scrittura. I momenti che predilige sono quelli di condivisione: la lettura delle composizioni e a seguire il commento, le correzioni, le proposte. Non la spaventano le critiche perché lo spirito che le muove è sempre costruttivo e affettuoso, attento a non ferire o scoraggiare. Percepisce la stima reciproca, la sincerità, il gioco. Pian piano si è fatto strada fra loro un sentimento di simpatia e di amicizia: hanno organizzato cene, visite culturali, o anche solo serate di chiacchiere davanti a un dolce o a una tisana. Le parole sono il legame che li unisce, filo sottile e indistruttibile, col loro potere seduttivo, la loro forza. Non si può vivere senza le parole.

 

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Giovedì sera.

E’ sopravvissuta alla neve e al ghiaccio sull’asfalto, a spericolate e comiche corse per acchiappare un treno all’ultimo minuto, a scale salite e scese volando perché la fretta è spesso padrona del suo tempo. Nulla, non una scivolata, mai una caduta. E poi, qualche giorno fa, Lea ha incontrato sulla sua strada un sasso, un piccolo, innocuo, banale sasso e ha poggiato male – molto male – il piede sinistro. Risultato: slogatura della caviglia. Subito pareva un incidente di poco conto; la sera però il dolore si era fatto più intenso e pulsante e aveva iniziato a zoppicare. Visita medica, lastra ed ecografia hanno poi confermato l’autodiagnosi. Niente di grave, per carità: qualche giorno di riposo e un’accurata fasciatura dovrebbero risolvere in fretta il problema. Così Lea si ritrova, suo malgrado, a sagomare poltrona e divano, a leggere con avidità libri e riviste, a ingurgitare scorpacciate di tv. Delle maratone televisive cui si sottopone, non va molto fiera ma è innegabile che siano un efficace diversivo e una valida compagnia. Film, serie, talk show, documentari, persino un programma di cucina e il Festival della canzone. Non si è negata nulla. Adesso però la noia da inattività forzata comincia a prendere il sopravvento. Lea scalpita ed è un paradosso perfetto.

 

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Lunedì mattina.

Verso Genova, per lavoro, in treno.  A Lea piace viaggiare in treno anche se, in realtà,  di solito si muove  in auto: è una discreta guidatrice e non disdegna neppure i  lunghi tragitti solitari in compagnia della sua radio del cuore. Il treno però la riporta al periodo universitario e ai primi anni di lavoro, la ricollega a ricordi piacevoli e a giorni spensierati.  In treno si rilassa sempre. Difficilmente legge, a meno che non sia costretta a tuffarsi in complicate relazioni da decodificare o in traduzioni da verificare prima della consegna. In treno pensa, guarda, ascolta. Si appropria – quando può – di qualche frammento del quotidiano  altrui, colto fra una chiacchiera e una telefonata.   E prova ad immaginare il seguito della vita di chi per caso le siede accanto: avrà fatto pace con la sua ragazza? Suo marito si sarà ricordato di recuperare il cane dal veterinario? La nuora le avrà portato in visita i nipotini, finalmente?  Un gioco innocente, affacciata alla finestra del mondo di altri. Perché al suo, quando è in treno, non pensa. Gode di quelle ore sospese nel  nulla, in uno spazio indefinito che corre tra un prato e una fabbrica, tra una fila di villette allineate composte  e i rumori e i colori delle stazioni ferroviarie di passaggio ….

 

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Mercoledì mattina.

Anni fa, Lea nutriva un amore incondizionato per l’abbronzatura: la desiderava, la cercava a tutti i costi. Avere un colorito ambrato, un viso abbronzato, la faceva sentire più sana e più bella, più sicura di sé. Lo scotto da pagare erano instancabili esposizioni al sole, d’estate, ma anche d’inverno, non appena poteva concedersi un fine settimana in montagna. In assenza di sole, non disdegnava lampade e creme abbronzanti. Poi, come accade spesso per le infatuazioni che grandi amori non sono, la passione si era affievolita sino a sparire del tutto. Lea ha imparato ad apprezzare il colorito naturale della sua pelle, che grazie al cielo non ha risentito troppo dell’abbronzaturomania (perdonerete il neologismo) ormai tramontata. Una crema colorata, un fondotinta di buona qualità, un poco di fard, le regalano comunque un’aria sana e curata e proteggono la pelle dal freddo e dal vento. Certo, Lea ama sempre il sole di un amore immenso: il suo calore ancora l’attira e quando è all’aperto – in ogni stagione – spesso lo cerca involontariamente. Sentire i suoi raggi che scaldano il viso, è un’emozione irrinunciabile; scatena un’energia positiva che si propaga e le illumina il corpo, il cuore e persino i pensieri.

 

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Martedì.

Fa freddo, molto freddo, freddissimo. La stagione invernale – che aveva regalato finora temperature miti, quasi tiepide – è esplosa in tutto il suo fragore. Sarà che non è più abituata alla colonnina sotto lo zero, sarà che il sole sempre presente la inganna e confonde, ma Lea è intirizzita e cammina a testa bassa lungo il viale. A nulla le serve imbacuccarsi a dovere, bardarsi di sciarpa, cappello e guanti, vestire a strati ai limiti dell’impossibile. Ha sempre, comunque, freddo. Anche a casa ha alzato il livello dei caloriferi al massimo, estratto maglioni pesanti e pantofole imbottite, recuperato copertine e scialli, ma non basta. Comincia a credere che la termoregolazione del suo corpo abbia qualche improvviso problema.  Le piacerebbe, in questi giorni, avere un alloggio minuscolo e un camino enorme. La sera, dopo cena, accende candele profumate e bastoncini d’incenso perché le pare emanino, insieme al profumo, note di calore. Beve tisane, latte caldo e miele, cioccolate bollenti. E progetta inverni futuri in luoghi lontani, isole tropicali, paesi esotici assolati e caldissimi. Domani forse nevicherà anche: ecco l’apoteosi dell’inverno. Lea, donna estiva per eccellenza, proprio non riesce a cogliere il lato romantico della neve in città, con i disagi, il traffico paralizzato, il rischio di cadute. Ci vuole pazienza, tanta pazienza. Unica consolazione: le pare che le giornate si siano già allungate un poco. Sarà vero?

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Lunedì pomeriggio.

Queste prime giornate dell’anno camminano a fatica, si trascinano intorpidite e annoiate. Lea si sente avvolta in un’invisibile coperta di lana che la protegge e la riscalda, ma attutisce i rumori del mondo e lo allontana. Forse non è stata una buona idea quella di concedersi ancora qualche giorno di riposo. L’inattività si autoalimenta e genera pigrizia e torpore. Nemmeno l’umore ne trae giovamento. Urge una scossa positiva, uno stimolo forzato per rimettersi in moto e ripartire. E dire che a casa ci sarebbero mille cose da fare, volendo, ma è proprio la volontà che vacilla insonnolita. Una telefonata inattesa fulmina il lunedì pomeriggio e lo riaccende: a un’amica, di passaggio nella sua città per motivi di lavoro, occorre ospitalità per un paio di notti. E’ un segno del destino, un regalo del cielo per reagire e rimettersi in moto. Occorre sistemare, ripulire, fare provviste. Occorre uscire dal letargo, e in fretta. Lea già pregusta la compagnia, le chiacchiere, il piacere di condividere. Una doccia calda, una sistemata ai capelli, un trucco leggero e via di commissioni. Fortuna che ha ancora a disposizione qualche giorno libero da impegni. Non c’è tempo da perdere. Lea è di nuovo in pista, trafelata, emozionata, felice.

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Giovedì sera.

Ultimi giorni dell’anno: Lea è raffreddata, molto. Per fortuna niente febbre ma starnuti e tosse a volontà. Un naso paonazzo e un colorito terreo completano l’opera. Sono malanni di stagione, tanto vale accettarli senza troppo avvilirsi. Qualche rimedio antico, qualche inevitabile farmaco, le hanno permesso comunque di ridurre il riposo forzato e di organizzare al meglio la sera del 31. Brinderà all’arrivo del nuovo anno a casa, con un piccolo gruppo di amiche e amici. Non ha nessun desiderio di feste e mondanità; le occorrono calore e compagnia affettuosa e il cibo sarà solo un pretesto per stare insieme e condividere il momento. Un maglione caldo – rosso e nuovo, da tradizione – e un pantalone nero saranno la sua mise. Come ogni anno, anche questo in partenza se ne andrà con un bagaglio arruffato di cose piacevoli e tristi, di gioie e dispiaceri. Funziona così: è la vita. E inspiegabilmente, per l’anno che verrà, Lea non ha stilato elenchi di progetti e di obiettivi da raggiungere. No, non questa volta. Affronterà ogni giorno con fiducia e tenerezza, con pazienza e forza. Senza scoraggiarsi, senza disperare. Accanto ai suoi ragazzi, lontani ma vicinissimi. Accanto agli amici e agli affetti di sempre.  Buon anno Lea e che la serenità sia con te e con i tuoi cari!

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Martedì.

Tra i doni ricevuti in occasione del compleanno, ce n’era uno poco consueto: un voucher di una compagnia aerea low cost. L’ha ritrovato la scorsa settimana, ancora riposto nella sua busta colorata. Lea aveva apprezzato moltissimo il dono, che in realtà le avrebbe permesso di confezionarsi un regalo su misura scegliendo data e destinazione del volo. Di fatto però se n’era scordata, forse perché non si era materializzata un’occasione propizia. Con sgomento ha però realizzato che la scadenza del buono è prossima e che sarebbe davvero un peccato sprecarlo. Che fare? Tra le amiche, nessuna è disponibile a una mini vacanza fuori stagione, sia per impegni vari, sia perché le Feste si avvicinano e, si sa, portano con sé spese su spese. Lea non si è scoraggiata e si è concessa una follia. Si regalerà due giorni a Parigi – sola – la prossima settimana. Ha prenotato il volo e scovato un B&B che pare delizioso oltre che economico a sufficienza. Bagaglio minimo e una buona dose di coraggio saranno compagni indispensabili. Conosce già la città, che ha visitato più volte e sa che la durata del viaggio, così breve, non permetterà a pensieri malinconici di unirsi a lei. Ci saranno tante cose da fare e da vedere e poco, pochissimo tempo! E poi, diciamocelo, Parigi è sempre una buona idea.

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Lunedì mattina.

Halloween è una festa che Lea non comprende: non la coinvolge, non la attira, non le appartiene, proprio come il Carnevale. Anche se i festeggiamenti vivono lo spazio di una sola notte e per questo motivo dovrebbe essere più tollerante e comprensiva, non le riesce. Che poi non ama streghe e fantasmi, travestimenti macabri, zucche incise e illuminate, maschere e scherzetti in generale.  E lo spaventoso e il grottesco la terrorizzano. Sarà antica; è antica. Che cosa ci può fare? Quando vede i locali addobbati di ragnatele, pipistrelli e cappelli a punta, fugge. Sono paure ancestrali da approfondire ed estirpare? Anche no, grazie. E – lo sa che è strano – neppure i cibi alla zucca la attirano. Povera Lea. Di certo non è una questione di principio: non è allergica alle ricorrenze sfruttate dalle iniziative di mercato che considera comunque un modo come un altro per festeggiare, donare, ricordare. Halloween però proprio non fa per lei. Ha deciso: nonostante un invito allettante a una festa a tema, declinerà risoluta. Nessun travestimento, nessun dolcetto, nemmeno uno scherzetto. Un film in tv, un libro, una tisana o un goccio di passito ma … si resta a casa!

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Sabato.

Lea non ama il jogging. Eppure ce l’ha messa tutta per farselo piacere. Si è pure comprata una tenuta adatta sostenendo una spesa non da poco, soprattutto per le scarpette ammortizzate che devono essere – dicono – di ottima qualità. Un’amica fedele le aveva decantato le meraviglie di quest’attività che riconcilia col mondo, è un toccasana per l’organismo, non richiede particolari attitudini e consente di trascorrere qualche ora all’aria aperta. Proprio non fa per lei. Non riesce a rilassarsi. E’ troppo concentrata sugli ostacoli del cammino, sull’eventuale incontro con cani poco amichevoli, sui pensieri che si affastellano nella mente. Chiacchierare, nel durante, non si può; sentire musica in cuffia non la entusiasma. Meglio una biciclettata fuori porta o vasche a ripetizione in piscina. Meglio divano, libro e copertina anche se di certo non altrettanto cardiotonici. Siamo diversi, è innegabile. Quel che piace e rilassa qualcuno, non è detto che funzioni per qualcun altro. Pazienza. Per rimediare camminerà di più e userà l’automobile il minimo indispensabile. O parcheggerà lontano dal luogo di destinazione per costringersi al movimento. E le scarpette? Sono così belle, colorate nei toni accesi tanto alla moda, che le utilizzerà comunque; sono anche comodissime. Quando le calza, sente il fisico rigenerarsi: che sia sufficiente?!

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Venerdì mattina.

Il potere di una risata è strabiliante, ineguagliabile, magico. Lea viaggia in treno, come spesso accade, per lavoro. Accanto le siede una giovane donna, impegnata in una conversazione telefonica. Nonostante parli a voce bassa per non disturbare, è davvero impossibile non cogliere frammenti della chiacchierata, brevi frasi, parole qua e là. All’improvviso – sicuramente per una battuta del suo interlocutore – la donna si lascia andare ad una sonora risata, prima sommessa, poi via via più squillante, come spesso accade quando ci si lascia travolgere dall’ilarità. Lea, immersa ma non troppo nella lettura di un quotidiano, abbozza un sorriso difficile da spegnere. Come si può ridere soltanto della risata di un’altra persona? Senza sapere, senza capire, contagiati e basta. Eppure succede: a Lea è accaduto. Quella risata gioiosa, sincera, addirittura appassionata, le si è incollata addosso per il resto della mattina. Nonostante l’aria grigia e fredda, nonostante i mille problemi e i troppi pensieri. Si è trasformata in un ricciolo di buonumore. E Lea, arrivata a destinazione, si è sorpresa ad osservare la sua immagine ancora rilassata, sorriderle dalla vetrina dei negozi, lungo il corso. Perché diciamocelo, abbiamo tutti, sempre, un gran bisogno di sorrisi.

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Giovedì.

Lea ha un’immagine rifugio. Tempo fa, durante una vacanza, giochi di luce sull’acqua attirarono la sua attenzione. Il mare era limpido, perfetto. Il sole, a picco nel cielo, era luminoso e caldo. La spiaggia, quasi deserta: l’unico rumore in sottofondo era quello delle onde che carezzavano la battigia. Scattò una foto per sublimare quel momento positivo, di leggerezza, di tranquillità. Si era sentita in pace con se stessa e col mondo, completamente serena. Era stato uno di quegli attimi speciali che a volte capita di cogliere, nonostante la frenesia del quotidiano.  A distanza di anni, quell’istante e quel ricordo sono diventati un luogo rifugio, un’immagine alla quale ripensare e immergersi quando le difficoltà e le ansie rischiano di schiacciare la mente, di accorciare il respiro. Non sempre è possibile, ma quando può, ricorre a questo espediente per ricaricarsi, per trovare conforto. Ne ha parlato con le amiche e ha scoperto che tutte hanno una loro immagine rifugio. Un posto che conservano nel ricordo perché legato a un momento speciale.  Una realtà virtuale, uno spazio sicuro interiore nel quale trovare riparo, sempre a disposizione, di assoluta ed esclusiva proprietà. Provare per credere.

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Mercoledì mattina.

Fine mese problematico. Lea è a corto di quattrini. Nessuna follia, nessuno sperpero irragionevole: l’installazione delle termo-valvole, obbligatorie per legge – ma quanti termosifoni ha?! – ha sferrato il colpo di grazia al fondo spese straordinarie e le uscite correnti sono state maggiori del solito, nemmeno si spiega come. Forse è stato il rientro dei ragazzi per due settimane – che ha comportato un importante implemento delle provviste in dispensa – forse qualche ristorante di troppo; di fatto, le disponibilità si stanno esaurendo e Lea proprio non vorrebbe intaccare i suoi risparmi. Poche volte le era capitato di non prendere sonno pensando al denaro, argomento che in genere poco considera. Tuttavia questa volta è preoccupata. Non ha mai chiesto un anticipo alle case editrici con le quali collabora, né in libreria dove lavora part – time, ma c’è sempre una prima volta. Si è tormentata tutta la notte e alla fine ha deciso che no, non chiederà nulla a nessuno. Intaccherà i suoi risparmi, quel piccolo fondo racimolato per gestire le emergenze e il futuro: questa è, di fatto, un’emergenza e prima di affrontare il futuro occorre gestire il presente. Si sente più serena, ora che ha preso una decisione. E poi, che sarà mai. Il fine mese è vicino e gli emolumenti da incassare, prossimi. Reintegrerà i suoi risparmi al più presto. Parola.

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Lunedì.

Piove; per essere più precisi, diluvia. L’estate ha appena ceduto il passo alla stagione autunnale che già il mondo si traveste: cielo grigio, foglie gialle, umori malinconici. Lea, meteoropatica all’ennesima potenza, patisce questo cambio di scena. E’ svogliata, umorale, triste. Eppure settembre segna l’inizio di un periodo di progetti e iniziative allettanti: una nuova collaborazione con una casa editrice, un corso di portoghese, una tre giorni a Parigi a seguire un congresso. Niente da fare. Il grigio oggi prevale, dentro e fuori. Prima che l’apatia la abbatta senza pietà, corre ai ripari. A chi ci si rivolge quando la terra trema e il pensiero vacilla? Alle amiche del cuore, naturalmente. Ne contatta un paio, quelle alle quali è legata da un’amicizia che non richiede troppe spiegazioni. Si ritrovano in un bar del centro, davanti ad una fetta di crostata alla marmellata d’arancia e miele e ad un tè aromatizzato. Si aprono le danze. Ognuna di loro vuota il sacco di malinconie e problemi, ma come per miracolo, a voce alta, ogni guaio si minimizza e rivela un lato inatteso, più leggero, quasi ironico, allegro. Come se tutte le medaglie dei malumori mostrino in un istante l’altra faccia. E’ il magico potere della condivisione, della solidarietà, dei pensieri che diventano parole. E’ la forza incredibile dell’amicizia.

 

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Sabato pomeriggio.

Oggi Lea si è svegliata prima del solito; ogni gesto si è piacevolmente rallentato e anche la colazione – in genere veloce e frugale – è stata più ricca. Mentre si concedeva una seconda fetta di ciambella, il pensiero è tornato ad un argomento che di recente la assilla. Vive circondata da cose, un infinito numero di cose, una quantità spropositata di cose. Troppe. Occorre alleggerire, eliminare, ripulire. Già da tempo, per esempio, ha in mente di occuparsi della cantina per un’efficace e decisa azione di riordino. Riflette però che anche la sua casa è ingombra di oggetti superflui, inutilizzati e inutili. Vero è che ad ogni cambio di stagione si dedica alla risistemazione del guardaroba ma l’intervento si limita spesso ad un magistrale riassetto. Fatica ad eliminare; eppure ci sono capi che non indossa da anni e ai quali non è neppure affezionata in modo particolare. Risultato: l’armadio è ingombro e lei sempre vestita allo stesso modo. Da lì vuole partire, anche se sa che sarà complicato e faticoso. Forse si farà aiutare da un’amica per ottenere  giudizi obiettivi perché non coinvolti. Poi passerà alle varie camere, cassetto dopo cassetto, scaffale dopo scaffale. Di certo si sentirà più leggera e meno oppressa. Perché Lea lo sa bene: le cose importanti non sono cose.

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Giovedì.

Lea è perplessa: l’arrivo del kindle nella sua vita ha avuto un effetto dirompente. L’oggetto di per sé è utile e maneggevole, un vero gioiello di comodità. Lo utilizza soprattutto la sera, a letto; migliore del libro di carta da gestire, consente una più agevole lettura grazie all’illuminazione retrostante. Il guaio? L’acquisto smodato, continuo, ingordo, di nuovi testi. La spesa ridotta, la praticità di prenotazione e l’immediatezza dell’invio, hanno reso Lea una compratrice compulsiva. Prenota, scarica, comincia a leggere e se non immediatamente catturata dal romanzo, accantona e passa ad altro. Non le succedeva con i libri tradizionali; con quelli era più paziente e se anche non scattava subito il colpo di fulmine, perseverava nella lettura. Ora, invece, è attratta dai suggerimenti proposti dall’aggeggio e acquista senza approfondire. Non ha sottomano il tomo di carta a ricordarle l’investimento appena compiuto, ché un libro nuovo significa anche denaro speso e spazio occupato sullo scaffale. L’entità intangibile dell’e-book è una non presenza, una circostanza irrilevante, un nulla. Di questo passo dovrà prendere provvedimenti seri per arginare gli acquisti, che – guarda caso – mai come in questo periodo sono stati sbagliati. Deve riorganizzarsi: è necessario, è indispensabile.

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Martedì sera.

Le vacanze di Lea sono terminate. Non sono state ferie ininterrotte, ma pause brevi, a loro modo rigeneranti e molto diverse: una settimana di relax al mare, un breve viaggio tra borghi medioevali, un corso stanziale di scrittura creativa. Ad agosto non si è mossa, chè tutti le ripetevano quanto fosse meraviglioso godersi la città calda e vuota. In verità si è annoiata abbastanza: troppo spazio regalato a preoccupazioni e pensieri. Per fortuna i ragazzi stanno bene; hanno intensamente approfittato delle loro vacanze e l’hanno inondata di aneddoti e resoconti. Questo è l’importante. Anche se, per quanto, tuttavia, pure la sua serenità è fondamentale e sacrosanta. Tra poco settembre si affaccerà, come sempre portatore di progetti e di interrogativi che Lea non sa arginare. Deve destreggiarsi tra il rischio di assumere troppi impegni, poi difficili da mantenere e la tentazione – pericolosa – di abbandonarsi al nulla. L’apatia del mese di agosto che ancora le copre le spalle, di sicuro non è di aiuto. Occorre scrollarsela di dosso con energia e vigore. Come sempre, la sua prima attenzione è al fuori per condizionare in positivo il dentro. Un drastico taglio di capelli le farà riacquistare un aspetto sbarazzino. E anche qualche lampada abbronzante – poche – le ridonerà il colorito sano che agosto ha cancellato. Via così, verso giornate piene e luminose. Forza, Lea.

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Lunedì.

I profumi sono magici. Hanno vita propria, significati, profondità. Quando li facciamo nostri, si sposano con l’anima, col nostro sentire, dilagano. Lea li adora. Da anni usa un suo profumo particolare, acquistato in una bottega artigianale di una città di mare; lo riordina quando le occorre, se lo fa spedire. E’ un profumo delicato, elegante, raffinato. Note di mandarino, iris, legno di sandalo, muschi. Un profumo adatto a lei e alla sua personalità. Nel corso degli anni, più volte, è stata tentata dal testare nuovi acquisti o utilizzare essenze ricevute in dono per questa o quella ricorrenza. Nessuna però l’ha conquistata così nel profondo. Anzi, a volte, un profumo che dapprima l’ha entusiasmata si è poi rivelato una delusione al contatto prolungato con l’aroma della sua pelle. Quello che usa è presente ma vago, non lascia fastidiose code ma è riconoscibile. E’ un profumo vitale come quelle amicizie latenti nel quotidiano ma presenti nell’intimo, intense, vere. Anche per la sua casa Lea utilizza profumazioni discrete, soprattutto legni imbevuti, di una nota casa produttrice che così poeticamente descrive le sue essenze e la loro origine: “Tra gli aromi inebrianti delle piante dell’isola e la carezza del vento che gonfiava le vele, la nostra barca si muoveva leggera su un mare ormai prossimo a svelarci il suo segreto.”

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Domenica sera.

Da parecchio Lea non trascorreva del tempo con la sua ragazza. Firenze è vicina ma lontana nello stesso tempo. E poi la scuola, il lavoro durante il periodo estivo per raggranellare qualcosa, le vacanze mordi e fuggi con il ragazzo o le amiche, hanno consumato le occasioni per stare insieme. L’improvvisata del fine settimana l’ha colta di sorpresa e illuminata. Adesso che è qui con lei e ne assapora la presenza, ancor più percepisce quanto la lontananza sia dolorosa anche se inevitabile. I figli crescono, diventano – per fortuna – sempre più indipendenti e maturi ma lasciano un vuoto comunque profondo. Durante queste ore hanno chiacchierato di mille argomenti – quasi amiche fra loro – e si sono regalate a vicenda. Aneddoti, successi e delusioni, patemi d’animo e progetti: Lea non si stanca di ascoltarla, si nutre della sua esuberanza e del suo entusiasmo. Si riconosce nel suo sorriso e nello sguardo acceso, vivace. Dopotutto non sono così diverse fra loro, che anche lei ha ancora sogni colorati nel cassetto e giornate intense da condividere. Poi, quando la voce della giovane donna che è accanto a lei si fa più profonda e intensa nel descrivere sentimenti ed emozioni, non si trattiene dall’abbracciarla. In fondo è pur sempre la sua bambina; quindi, che male c’è?

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Mercoledì pomeriggio.

Lea non aveva mai litigato con nessuno. Quasi mai. Piccoli diverbi, qualche battibecco, inezie. Stavolta però non si è trattenuta. Un’ingiustizia, una frase poco educata, uno sgarbo, l’hanno mandata fuori dai gangheri. Ha risposto per le rime all’impiegato scortese che, di rimando, ha alzato la voce. E lei, sempre dolce e paziente, ha perso le staffe. Ha sentito lo stomaco accartocciarsi, la rabbia sgomitare, ha ascoltato la sua voce salire di tono, mutare accento, farsi insistente e decisa. Caspita, subire sempre non si può. Soprattutto non esiste che alla buona educazione si accompagni un trattamento opposto, ingiustificato. L’impiegato, sorpreso, ha alzato gli occhi per scrutarla per bene: forse abituato a prevaricare e a veder subire, non si aspettava una reazione d’impeto, decisa. Si è ammutolito, non si è scusato ma il suo silenzio era sorpreso e imbarazzato. I presenti hanno sorriso a Lea, solidali e incoraggianti. Quando ci vuole … Certo non avrebbe mai creduto che la sua presa di posizione potesse essere così liberatoria e appagante. Sbrigata la pratica, è uscita di fretta, per allontanarsi da quel luogo e da quel momento, forse anche per scordare una reazione che così poco le appartiene. Non può negare, però, di essere fiera di sé; forse a torto, forse a ragione, oggi si è davvero piaciuta.

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Martedì.

L’idea di pranzare o cenare in terrazza non l’ha sfiorata mai. All’ora di pranzo c’è tanto sole e troppo caldo; la sera, a cena, un popolo girovago di zanzare è in agguato.  Lea, in ogni caso, preferisce consumare i pasti all’interno anche se quello che pomposamente definisce terrazza – un balconcino quadrato di tre metri per tre – è davvero un posticino che ama. La tenda parasole, le piante rampicanti, i piccoli sempreverdi, un tavolino tondo di metallo, le seggiole in midollino. Quando il pomeriggio si fa tardo però, la luce è perfetta e il clima, gradevole. E’ quello il momento in cui ama restare all’aperto, con un libro, un giornale, una bibita, senza telefono, senza connessioni.  Si porta invece il solito quaderno magico e scrive, appunta, elenca. Oppure, più spesso, lascia vagare lo sguardo e la mente. E’ un momento rilassante, particolare. Non la distraggono i rumori e le voci in strada, che, anzi, creano un piacevole sottofondo. Lea s’immerge in pensieri positivi: almeno in quelle brevi pause non ci deve essere posto per problemi e ansie.  La sua occupazione preferita però è tuffarsi in una rivista specializzata nel settore viaggi alla quale è abbonata da anni;  bella da sfogliare, interessante da leggere. Lea programma vacanze che forse non farà mai, progetta escursioni, ammira panorami mozzafiato.  Ossigena la fantasia, rinfranca lo spirito.

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Lunedì mattina.

Ebbene sì, è accaduto: Lea ora ha un kindle. Dopo infinite esitazioni, dubbi, ricerche,  l’ha infine acquistato.  Un prodotto di qualità – il top di gamma – retroilluminato, con una sobria, elegante, custodia nera. Si è detta che ormai tutti lo possiedono e ha relegato in fondo al cuore quel minimo senso di colpa che s’insinua quando si cede a una tentazione. Ha giurato amore eterno ai libri di carta, che mai e poi mai smetterà di comprare, ma si è concessa un prodotto modaiolo e anche un’indiscutibile comodità.  Perché se è vero che la poesia e la magia di un libro vero sono ineguagliabili e che nulla può sostituire il piacere di entrare in una libreria e aggirarsi tra copertine multicolori, sfogliare un nuovo arrivo, annusare quell’inconfondibile profumo, è anche altrettanto certo che il kindle è di una praticità esagerata.  Intanto permette di assecondare l’impulso di tuffarsi subito nella lettura di un romanzo del quale ci hanno appena parlato con entusiasmo, poi consente un risparmio non indifferente e ancora evita di spostarsi con pile di libri quando si viaggia o in vacanza. Insomma, Lea è quasi completamente convinta. In ogni caso, ormai, l’ha comprato. L’ha già usato in piscina, in spiaggia, in treno. A casa ancora no, non esageriamo. Ché tutti i libri allineati sugli scaffali, impilati su mensole e mobili, ammucchiati a terra, le si sarebbero rivoltati contro di sicuro.

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Sabato.

Leggere comodi dovrebbe essere o diventare una parola d’ordine: troppe volte, invece, si trascura un dettaglio così fondamentale per la salute del corpo e ci si accartoccia in assurde posizioni sul divano o a letto. Da qualche settimana Lea è afflitta da un fastidioso mal di schiena. Niente di trascendentale o apocalittico; un antipatico malessere che la accompagna durante tutto l’arco della giornata. La fisioterapista alla quale si è rivolta le ha posto una serie di domande sulle sue abitudini quotidiane, prima fra tutte: quanto tempo resta seduta, dove e come? Ha una sedia ergonomica che utilizza per la scrivania, ma non ha preso in considerazione le ore dedicate alla lettura o alla visione della tv. Tempo fa aveva pensato ad un acquisto mirato ma la spesa, importante, era stata rimandata per fronteggiare altre necessità che parevano più impellenti. Ora però è la sua schiena che reclama attenzioni e cura e Lea non vuole peggiorare la situazione. Dopo sfibranti escursioni in negozi di arredi, ha scovato una poltroncina di pelle che pare perfetta:  imbottita ma non troppo morbida, di dimensioni ridotte, avvolgente, confortevole.  L’ha sentita sua non appena l’ha provata. Certo non sono sufficienti pochi minuti per capire se la seduta sarà perfetta e indolore, ma non può far altro che rischiare. Nel salone di casa, poi, sta che è una meraviglia!

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Giovedì sera.

I pomeriggi di luglio trascorsi in città, sono tutti da inventare. Lea ha ancora parecchi impegni professionali che riempiono le sue giornate, ma ha la possibilità di organizzare il suo tempo con grande autonomia. Unico lavoro ad orari fissi è quello in libreria, ma la occupa a giorni alterni. Riesce invece a gestire l’attività di traduttrice con la massima discrezionalità: nella stagione estiva lavora meglio la sera dopo cena o la mattina presto. Che fare nei lunghi pomeriggi assolati? Una volta sbrigate le incombenze quotidiane – che quelle, si sa, non mancano mai – occorre combattere il desiderio di soccombere alla pigrizia e sagomare il divano. Oggi ha collaudato una piscina che non aveva mai frequentato.  Da qualche anno Lea ha abbandonato il desiderio incontenibile di sole e abbronzatura che la affliggeva da ragazza; all’epoca se ne stava stesa ad arrostire per ore ed ore, senza sforzo o fatica; beata. Adesso cura con più attenzione la pelle del viso – bisogna correre ai ripari prima che sia troppo tardi – e in ogni caso non subisce più come un tempo, il fascino della tintarella ad ogni costo. Oggi, quindi, si scrive piscina ma si legge ombrellone, occhiale da sole, enigmistica, libro – kindle, ad essere onesti  – bibita fresca, frutta; solo ogni tanto, una nuotata e una sosta al sole.  E il pomeriggio … è volato.

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Mercoledì mattina.

Lea ha partecipato più volte a cene di fine corso: palestra, piscina, yoga, fotografia. Ci si ritrova per l’ultima volta – della stagione – davanti a una pizza o simili per chiacchierare e spettegolare in santa pace. Si commenta il corso, l’insegnante, gli allievi, si ricordano gli episodi; si programmano le partecipazioni future ed eventuali, ulteriori, occasioni di ritrovo. Mai prima d’ora, però, aveva partecipato ad un cocktail di benvenuto all’estate. Complice un’amica generosa ed ospitale che ha messo a disposizione il giardino di casa, con la collaborazione di un paio di invitati che si sono offerti di contribuire all’allestimento e alle vettovaglie, nel tardo pomeriggio del 21 giugno ha salutato in compagnia l’arrivo della stagione calda. La stagione gialla, la chiama Lea, perché il colore le ricorda il sole acceso, il calore, le campagne toscane, la spiaggia. Non erano in molti: dodici persone assortite per età ed interessi che hanno brindato e chiacchierato amabilmente. L’incontro è sconfinato dal pomeriggio alla sera e si è trasformato in una pseudo cena informale – che il cibo, in queste occasioni, è sempre abbondante – con tanto di strimpellata finale e canti a più voci. Lea adora questi momenti di condivisione serena: cantare, stonare, ridere, si trasformano in un rito liberatorio e corroborante. E allora, benvenuta estate!

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Martedì.

Stamattina Lea ha affrontato con decisione il cassetto dei documenti: un rifugio sicuro per bollette pagate, garanzie legate ad acquisti tecnologici, biglietti da visita, ricette mediche e via di questo passo. Tutti in famiglia sanno che il cassetto è l’anticamera dell’archivio, un luogo protetto dove carte di vario genere sostano in attesa di essere riposte nel luogo più appropriato. Il riordino è periodico, una volta ogni due, tre mesi circa. Nel frattempo, qualsiasi cosa non trovi un’immediata sistemazione, lì si rintana. Per esempio, le capita fra le mani un quaderno di appunti cui dedicava tempo ed energia anni fa; poi ha smesso di scrivere, non sa neppure perché. Contiene riflessioni, brevissimi racconti, poesie, aforismi, testi di canzoni; raccoglie – incollati sulle pagine – biglietti di film che le sono particolarmente piaciuti o di spettacoli musicali o teatrali che l’hanno emozionata. E’ piacevole rileggere quelle righe, ritornare con la memoria a quei momenti. Piacevole e triste insieme. Una sensazione di tempo vissuto e abbandonato, scivolato via. Il rischio di sprofondare nella nostalgia è alto. Lea non vuole correrlo. Ripone il quaderno, chiude il cassetto. Finirà il riordino un’altra volta. Adesso è il momento di concedersi qualcosa di piacevole, un gelato morbido e dolce, crema e pesca, per esempio …

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Lunedì mattina.

Fotografare le è sempre piaciuto. Ama cogliere con uno scatto un momento, un dettaglio, un paesaggio, il cielo, un fiore, una situazione. Lea ha seguito, tempo fa, un corso completo di fotografia, sia per rispolverare le nozioni base, sia per approfondire temi più particolari e specialistici. Possiede una buona macchina tradizionale ma ormai si affida alle prestazioni del telefono cellulare. E’ pratico, comodo e  sempre a portata di mano; le garantisce la possibilità di catturare le immagini che la colpiscono mentre sta facendo tutt’altro. E’ l’alternativa a taccuino e penna per immortalare pensieri e idee. Sfogliando la galleria di foto che ha raccolto negli ultimi mesi, si è accorta che molti scatti sono riusciti particolarmente bene. Qualche ritocco al pc per valorizzare le immagini e il risultato l’ha entusiasmata, tanto da indurla a mostrare il suo lavoro a un amico fotografo – un professionista – che l’ha incoraggiata a proseguire. Le ha anche suggerito di realizzare un book con i lavori migliori, una sorta di libro fotografico di grande effetto. La spesa è contenuta e Lea ha accolto il suggerimento.  Ne è uscito un album dalle pagine lucide e spesse che tiene sul tavolino del salone: lo sfoglia con soddisfazione e compiacimento, lo mostra con orgoglio agli amici.  In quegli scatti non ci sono solo ritagli di mondo, c’è soprattutto il suo sguardo incantato sulla vita.

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Domenica.

Lea non aveva mai partecipato a un circolo di lettura, ma l’hanno coinvolta in un gruppo in costruzione. Si tratta di ospitare una volta al mese, alternativamente a casa di ciascuno, otto lettori accaniti e di commentare un libro e discuterne durante l’incontro, post lettura individuale. In effetti, l’idea non è male: poco impegnativa dal punto di vista logistico, consente di consolidare rapporti e favorire la condivisione. Ha accettato.  Il primo romanzo suggerito e scelto è stato un classico intramontabile di Marquez – L’amore ai tempi del colera.  Lea aveva visto il film ma mai affrontato il libro. Per l’incontro d’esordio i lettori si sono riuniti a casa dell’ideatrice del progetto. Seduti nel salotto ospitale dell’amica, bibite fresche e biscotti a disposizione, hanno chiacchierato senza sosta per oltre tre ore. Non solo del romanzo, ma di tutto un po’. Ora si tratta di proseguire senza cedimenti, nonostante la stagione calda in arrivo. Il gruppo di neo amici – tre uomini e cinque donne – è variegato per età, vissuti, esperienze e caratteri, ma da subito si è capito che l’amalgama è perfetto. Lea è davvero soddisfatta: sarà la prossima a ospitare e già pregusta di dedicarsi con entusiasmo all’organizzazione della serata. Sua è anche la scelta del prossimo testo: Pascal Mercier – Treno di notte per Lisbona.

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Sabato.

Lea ama la luce: del giorno, del sole, del cielo quando è pulito, dell’acqua che si muove appena. E quando arriva il tramonto o il tempo è grigio, si circonda di luce artificiale. Bianca, intensa, ovunque. Le persiane perennemente spalancate, le tende scostate;  a sera, lampade accese in ogni stanza; non importa se la bolletta grida aiuto, non importa se il legno a terra sbiadisce. Lea ha bisogno di luce. Non è un caso che adori anche le lampade e il loro design. Ne ha poche – sia da terra sia a sospensione o da tavolo – ma di qualità. Oggetti speciali che creano l’atmosfera giusta in ogni stanza. L’ultimo acquisto è stato una lampada da lettura, minimalista, con la testa regolabile per orientare la luce dove occorre e non affaticare la vista. Un delizioso oggetto utile e bello da vedere.  Lea recupera forza con la luce. Non ama i tatuaggi ma se ne facesse mai uno – minuscolo, incolore – sarebbe un piccolo sole. E’, quella del sole, un’immagine ricorrente nella quale si rifugia quando cerca di ricaricare le pile. Trova conforto ed energia in quella luce che intuisce al centro del petto e se si concentra, la trova, la vede.  Ha scovato in rete un aforisma che le calza a pennello: “E’ delizioso restare immersi in questa specie di luce liquida che fa di noi degli esseri diversi e sospesi”.

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Giovedì pomeriggio.

Lea non crede ciecamente agli oroscopi. Spesso, quando sfoglia una rivista, neppure li legge. Oppure controlla soltanto il numero delle stelline che accompagna il suo segno: se sono tante, affronta la lettura; se sono poche, sorvola. Tuttavia deve confessare che l’astrologia la attrae e che le riconosce fondamenti di verità nel tracciare non i destini ma i caratteri degli appartenenti ai segni dello zodiaco. Perché il destino è tutt’altra faccenda e il futuro anche. Qualcosa di vero però ci sarà pure in questo cielo astrologico se lei stessa ci si riconosce. Acquario ascendente acquario, è un tipo non convenzionale e mentalmente aperto, insofferente alla routine. Desidera sentirsi libera e fare esperienze diverse. E’ attratta dal sapere e apprende con rapidità; ama i viaggi, la lettura, l’arte. E’ capace d’idee innovative e sa dedicare attenzioni profonde a chi ne ha bisogno.  Nota dolente: tende a essere poco costante. Questo recita il sito astrologico che ha consultato: è lei, proprio lei. Tra l’altro le capita spesso anche di indovinare al volo segno e ascendente delle persone che incontra e frequenta.  A che serve? E’ un gioco – per come lo affronta Lea – che le permette di comprendere meglio se stessa e gli altri e, a volte, di giustificare comportamenti e atteggiamenti. Perché in fondo è un gran sollievo pensare che i nostri difetti siano solo “colpa delle stelle”.

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Martedì sera.

Non si può dire che Lea sia astemia, nemmeno però che sia una vera bevitrice. In realtà pasteggia in prevalenza con acqua minerale naturale.  Se capita, predilige il vino bianco ma non disdegna all’occorrenza un buon bicchiere di rosso. L’importante è che sia davvero di qualità. E che ci sia il momento, la circostanza giusta. Niente superalcolici invece; infatti, durante le uscite serali – post cena – non sa mai cosa ordinare. Liquori certo che no. Magari un amaro, non troppo amaro e con ghiaccio. Durante una – abbastanza recente – vacanza estiva, ha assaggiato qualche cocktail, stimolata da un’amica stupefatta della sua ignoranza in materia. Quelli che vanno per la maggiore non incontrano il suo gusto: ne ha salvato un paio, forse tre, che si concede però solo d’estate. Ché il cocktail, secondo Lea, fa estate e vacanza. Una debolezza però se la permette: adora il passito. Con un dolce, per un dopo pasto in compagnia di amici e chiacchiere o anche sola, a casa; quando si vuole regalare un momento speciale – occasioni rare, in verità – accompagna un dito di passito a una fetta di crostata ai frutti di bosco che, con le sue note acide, si sposa alla perfezione con il vino dolce, aromatico, gradevole. Tutto la conquista: il sapore, il colore, il profumo da cui si sente avvolta. Ecco, secondo Lea, il passito è un vino affettuoso.

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Domenica mattina.

Vestire a strati è sempre un must, per Lea. Non sopporta il freddo; odia quell’arietta che s’insinua nelle ossa carica di umidità. Ma la stagione è bizzarra: spazia da un clima tipico della primavera inoltrata, con temperature esagerate, a giornate stile circolo polare artico. L’unico rimedio per combattere la sregolata escussione termica è sovrapporre indumenti, uno sull’altro. Proprio come in inverno, solo con capi un poco più leggeri. Un giacchino antivento non può mancare, un maglioncino di lana sottile neppure; e sotto, una camicia, ovviamente di tessuto naturale che è sano e ripara senza inondare di calore. E poi, ancora, un’enorme sciarpa di cotone, che all’occorrenza si trasformi in scialle. Povera Lea, infagottata e comunque mai a suo agio. Tra l’altro, questo metti e togli impone l’utilizzo di una borsa capace, per riporre quel che non serve ed averlo a portata di mano all’occorrenza. Una grande tracolla di tela è l’ideale. Ci stanno pure i libri, l’agenda, uno spuntino, un cappellino antipioggia, un ombrellino pieghevole e tutto quel che una donna deve – assolutamente deve – avere a portata di mano.  Ed è indifferente che stia fuori casa poche ore o una giornata intera. Serve tutto, tutto serve.  La borsa di Mary Poppins  è nulla in confronto. O quasi.

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Sabato.

Oggi, shopping. Lea ha da qualche giorno un chiodo fisso: deve acquistare un nuovo giubbotto primaverile. Lo vuole blu, leggero, impermeabile, adatto alla città ma non solo. Nella mente ha ben chiaro il modello e i dettagli. Impossibile ipotizzare che materialmente non esista. Impossibile. Comincia con i negozi di abbigliamento che di solito frequenta. Poi passa ai grandi magazzini; entra ovunque. Nulla, nessun capo che risponda ai suoi desiderata è vendita. Il desiderio di acquisto diventa compulsivo: ha deciso che non può fare a meno di quel giubbotto, proprio di quello che ha in mente, preciso, identico. Non scenderà a compromessi. Tenta nei negozi che vendono abbigliamento per ragazzi, poi si concede una visita ad un paio di boutique. Ancora niente. Lea si sta innervosendo e non è da lei. Pensava fosse un acquisto facile; dopotutto è un capo nemmeno originale, sia per il colore, sia per il modello. A testa bassa s’infila in un punto vendita di articoli sportivi. Eccolo, finalmente! E’ un po’ più caro di quel che si aspettava di spendere e ha il cappuccio, particolare non contemplato nel suo bozzetto mentale. Ma una concessione andrà pur fatta. Rilassata, soddisfatta, rientra con l’agognato acquisto. E – soltanto ora – s’interroga dubbiosa e sconcertata sull’eventualità di non averne  assolutamente bisogno.

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Domenica mattina.

Quel biglietto non vuole proprio farsi ritrovare. A Natale, un paio di amiche le hanno regalato un’intera giornata in una spa, completa di ingresso, trattamenti vari e colazione. Un regalo speciale, quasi un premio, che ancora però non ha riscosso. Ma visto che le domeniche uggiose si succedono, Lea ha deciso che è giunto il momento di dedicarsene una all’insegna del relax e del benessere.  A dirla tutta, le fa un po’ strano rintanarsi per ore e ore tra saune,  docce, idromassaggi. Non è certo il suo ambiente abituale. Si porterà un libro, non si sa mai. E un’enigmistica. Deve anche vincere la resistenza ad andarci da sola: ci sono attività e situazioni che ancora la intimidiscono. Ma tant’è.  E poi ha proprio voglia di massaggi rilassanti e rassodanti che la ritemprino e le infondano energia. Ma il coupon non si trova. Lea è già pronta, chiavi dell’auto in mano e fruga, cerca, fruga. E’ sicura di averlo riposto in un luogo “facile e sicuro”: così ha pensato mentre prenotava al telefono.  Si sta facendo tardi e la pazienza se ne sta andando. E’ seccata e stupita insieme: come è possibile?  I minuti corrono impietosi, l’ansia aumenta, il disappunto anche. Farà tardi. Si giocherà l’appuntamento. Ecco, appunto, è un segno, non è una giornata che fa per lei. E invece, all’improvviso, ecco materializzarsi il buono regalo riposto nel luogo più scontato: il libro che sta leggendo. Lea si chiude alle spalle la porta e gli ultimi dubbi. Ha risolto, è pronta … si va!

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Lunedì mattina.

Maledetto cambio di stagione. Lo attende con impazienza dalla fine dello scorso anno e ora che finalmente l’inverno se ne è andato e i giorni caldi e soleggiati sono una costante preziosa, Lea – e non solo – deve fare i conti col cambio di stagione. Che significa: stanchezza cronica, umore altalenante, inappetenza, sporadica insonnia; insomma, un generale malessere. Non appartiene, per sua fortuna/sfortuna, a quel genere di donna che teme la prova costume. Ha un metabolismo bislacco che la mantiene in forma tutto l’anno ma che, all’arrivo della primavera e dei primi caldi, le impone di ricorrere ad una cura ricostituente e non solo per recuperare energia fisica e mentale ma anche e soprattutto per … acquistare qualche chilogrammo in più. Specchiarsi e scrutare un viso pallido, stanco, con qualche ruga di troppo, non aiuta di certo l’umore così come gli abiti, che all’improvviso si fanno troppo abbondanti. E allora, via di prodotti naturali che ripuliscano e nutrano insieme, che rilassino ma non troppo, che integrino l’alimentazione quotidiana. Perché stare bene è importante e sentirsi in buona forma fisica aiuta a mantenere positiva anche quella mentale. Lea cercherà di godere il più possibile dell’aria aperta, di camminare di più, di volersi un po’ più bene del solito. Che volersi bene aiuta, sempre.

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Giovedì.

Da tempo non faceva notte fonda leggendo un libro. Forse era accaduto durante i periodi di vacanza, lontano da scadenze, impegni, orari. O forse nessun romanzo acquistato di recente l’aveva così coinvolta da non riuscire a smettere di leggere fino all’ultima, proprio all’ultima, pagina. Non un capolavoro della letteratura: pagine ben scritte per una trama avvincente e contemporanea; proprio le storie che Lea predilige perché le consentono di immedesimarsi senza difficoltà. Non ama la fantascienza e neppure i romanzi storici, così lontani dal mondo in cui vive. Ha bisogno di tuffarsi in realtà simili alla sua ma al tempo stesso profondamente differenti. Ha cominciato a leggere in metropolitana poco dopo l’acquisto; ha continuato in treno – grazie al cielo era riuscita a sedersi – poi non ha più smesso. Ha cenato col libro accanto, proprio come ha sempre impedito ai suoi figli di fare; ha proseguito in poltrona e poi a letto, già in pigiama.  La lampada accesa, una tazza di tè accanto, il telefono a portata di mano. L’orologio l’ha guardato soltanto dopo aver letto l’ultima riga. Incredulità, sconcerto, disappunto: erano passate le tre e insieme a loro anche il sonno se n’era andato. Per una volta, che sarà mai: recupererà. Inspiegabili ma reali la soddisfazione e l’appagamento. Un vero, fantastico, pieno di ossigeno.

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Martedì mattina.

L’ora d’arte, al liceo, non era la sua preferita. Eppure, tutto ciò che di arte è espressione, l’attrae. Dalla scrittura alla pittura, dalla musica al teatro e al cinema, dalla fotografia alla scultura: Lea non ha una passione particolare, si nutre di tutto un po’, come spesso richiede una dieta equilibrata. Certo, nel corso degli anni, ha frequentato corsi, seguito conferenze, visitato mostre e musei, acquistato cataloghi e libri. Una tuttologa. E il gusto per le cose belle ha fatto la sua parte. Da qualche mese Lea si ritrova spesso, quasi per caso, a passare di fronte alla vetrina di un gallerista della sua città. Espone un olio su tela che da subito l’ha emozionata e attratta: un balcone fiorito affacciato su un piccolo lago. Le dimensioni del dipinto sono importanti, la cornice elegante e in tono, i colori perfetti. Lo immagina appeso in salone, unico ornamento della grande parete. Il prezzo è notevole ma non impossibile. D’altra parte si può risparmiare anche per l’acquisto di un quadro. Negli occhi, quelle tinte luminose restano appese e l’accompagnano, non si allontanano. Stamattina ha vinto ogni resistenza e ha concluso l’acquisto. Forse anche un buon investimento, chissà.  Di sicuro, un dono primaverile imprevisto e speciale.

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Lunedì pomeriggio.

Pasqua si avvicina: occorre muoversi per tempo. C’è da organizzare il pranzo, accertare che i ragazzi non abbiano assunto altri impegni, ricordare allo zio che anche quest’anno conta sulla sua presenza. Lea parte sempre decisa a cucinare qualcosa di speciale e di diverso, salvo poi ogni volta ricadere sul consueto, collaudato menù. Peraltro gradito a tutti. Quest’anno però non ha resistito alla tentazione e ha acquistato anche un uovo di cioccolato per i suoi figli. E’ vero, gli anni delle uova pasquali sono lontani, i ragazzi sono grandi e le occasioni per donare loro qualcosa –  di utile ma non solo –  non mancano. L’idea è nata dalla vetrina di una pasticceria del centro che offre la possibilità di personalizzare il dono di cioccolato con sorprese speciali.  Regalerà ai suoi figli un fine settimana in montagna, tutto e solo per loro. Di certo non si aspettano di trovare la busta con il coupon dell’agenzia di viaggi, così come non li sfiora l’idea di una vacanza  fuori stagione da trascorrere insieme. Chissà come la prenderanno.  A Lea piace molto il pensiero di saperli l’uno accanto all’altra a divertirsi, a chiacchierare, a confidarsi. L’hanno sempre fatto ma ora la lontananza ha reso tutto più complicato. Non resta che attendere e verificare. Di una cosa è certa:  il cioccolato sarà delizioso …

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Mercoledì.

Il viale sotto casa sembra appartenere a due stagioni differenti: ha un lato brullo, ancora invernale, e un lato fiorito che già rispecchia la primavera in arrivo. Lo sguardo di Lea si sposta veloce dagli alberi spogli al pesco rosa, dalle foglie malconce a terra ai rami coperti di una profusione di gemme, dall’erba rada ai cespugli di narcisi in boccio. Anche la sua vita, a volte, sembra appartenere a stagioni diverse che convivono e si alternano senza logica. Giornate buie, malinconiche, sfiorite, che si avvicendano ad altre, luminose, allegre, vivaci, colorate.  Un mistero inafferrabile. A volte accade che persino la stessa giornata abbia connotati contrapposti, momenti così limpidi e sereni  da regalare ossigeno allo stato puro ed altri, complicati e tortuosi, che gettano un’ ombra grigia difficile da cancellare. A volte poi non ci sono neppure motivi veri, difficoltà gravi o fatti importanti a determinare il cambio di scena. Bastano piccole cose, basta un pensiero storto,  una risata complice. Lea ha spesso l’impressione di vivere in un caleidoscopio infinito. Un cambio di inquadratura è sufficiente a modificare l’intreccio dei vetrini, il disegno che si compone, le sfumature, i contorni. Basta avere pazienza, non scoraggiarsi e comporre con fiducia nuove immagini.

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Domenica sera.

Una serata nata per caso. Lea aveva invitato a cena un paio di amiche; un’occasione senza formalità e doveri, giusto per stare un po’ insieme e chiacchierare del mondo e della vita. Portate chi volete, aveva detto; così, per dire. Le sue amiche invece hanno pensato che estendere l’invito  avrebbe davvero movimentato l’incontro. Così, a casa di una stupefatta Lea,  si sono presentati anche un ragazzo dell’età dei suoi figli – vicino di casa di un’amica,  un quarantenne di bell’aspetto  – collega dell’altra amica e una deliziosa signora  conosciuta e frequentata in palestra. Sei persone in tutto, perché il tavolo di Lea accoglie quel numero massimo di commensali. Presentazioni, imbarazzi reciproci, convenevoli di rito. E poi, come per magia, la serata è decollata grazie ad un amalgama di presenze che neppure uno studio accurato avrebbe potuto così ben realizzare. Lea è un’ospite capace e alle sue cene, si sa, il cibo è sempre semplice ma curato e abbondante.  E  tra un antipasto e una vellutata,, tra un pollo al sesamo e mele cotte con gelato, la cena  è stata un successo. Condita da risate e  valanghe di parole:  letture, film, attualità, piccoli assaggi del quotidiano di ciascuno. Una colonna sonora coinvolgente e interessante. Una serata da appuntare in agenda alla voce “cose belle”.

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Giovedì sera.

Lea ha un’amica speciale, un’alleata, una compagna insostituibile: la sua preziosa agenda. Sul tavolino accanto al suo letto accoglie, da sempre, i progetti, gli impegni, le scadenze di tutto l’anno. Ha una custodia di pelle nera vissuta il giusto, le pagine settimanali, un corredo di foglietti colorati per gli appunti e gli elenchi,  comode tasche laterali: è elegante e sobria.  Non la porta mai con sé;  durante il giorno è stata da tempo soppiantata – per ragioni di praticità – dal cellulare e dalle sue applicazioni, utili ed efficaci.  Alla compilazione dell’agenda Lea si dedica la sera, prima di dormire.  Scrive, spunta, ha soprattutto bisogno di scorrere gli impegni previsti per l’indomani e per i giorni a venire per fotografare la settimana e tenerla mentalmente sott’occhio. Da tempo però ha anche preso l’abitudine di annotare a fine giornata un evento, un fatto, un’occasione felice.  Anche una piccola cosa, un complimento ricevuto, un incontro speciale, un acquisto azzeccato. Forse un’ingenuità: ma appuntare giorno dopo giorno qualcosa di bello, di sereno, di allegro, le regala una sensazione piacevole, rinfrancante:  un’immagine cristallizzata da rivedere e ricordare.  Scorrere a ritroso l’agenda è come salire su una giostra colorata per un giro spensierato e veloce. Prima del sonno, prima di domani.

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Lunedì.

E’ sera. Le ombre si allungano nella casa; quel che andava fatto in questa giornata già è stato fatto. Un lunedì come tanti, di lavoro, acquisti, incontri, noie, sorrisi, problemi da risolvere e risolti. Lea non ha appetito: a pranzo si è concessa, nel bistrot accanto all’ufficio, un abbondante primo e un dolce, al diavolo bilancia e colesterolo. La cena quindi si è risolta con un tè aromatizzato –  adora il tè – e qualche biscotto alla nocciola e cannella. La tazza tiepida ancora in mano, si aggira per casa: la tv in sottofondo regala immagini e musica a basso volume.  Lea scosta le tende e getta occhiate distratte al mondo fuori, immersa in un canestro di pensieri. Troppi. Il suono inconfondibile di un  messaggio cattura la sua attenzione. E’ un saluto, un come stai, di un collega – quasi un amico – che non vede e non sente da mesi; per la precisione da quando si è trasferito, per lavoro,  in un’altra città. A suo tempo avevano un rapporto cordiale, divertente, complice. Senza riflettere Lea chiama, che rispondere al messaggio le pare poco: non pensa all’ora, non si chiede dove lui possa essere e con chi. Quaranta minuti dopo, sorridendo tra sé, ringrazia il suo istinto che le ha regalato una piacevolissima chiacchierata, un ascolto attento, molte risate e un appuntamento per il prossimo sabato. La settimana, adesso, sembra proprio iniziata bene.

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Martedì sera.

Anche quest’anno, l’atteso e temuto compleanno è arrivato. Atteso perché – si sa – è piacevole e gratificante ricevere auguri e piccoli pensieri dagli amici, dalla figliolanza, dai colleghi; persino qualche fiore, e anche ricevere fiori è sempre bello. Perché sia temuto, non c’è neppure necessità di spiegarlo. Da un lato, Lea avrebbe voluto  fingere che fosse un giorno come un altro: lo stesso pensiero che spesso accompagna l’arrivo del capodanno o delle feste comandate. Dall’altro, però, sarebbe stato un peccato non celebrare almeno un minimo. La solita festicciola con gli amici? Una cena informale a casa? Lea non sapeva decidersi. Ci ha pensato un’amica a scegliere per lei. Come dono di compleanno le ha organizzato con il solito gruppo  una serata a teatro.  A vedere la Traviata di Verdi.  Per  Lea è stata la prima volta all’Opera, che ha sempre apprezzato ma allontanato.  Certo, la scena di Julia Roberts a teatro in Pretty Woman è rimasta fulgida nella sua mente, un  ricordo indelebile. Ma tant’è. Ora non le par vero sia accaduto.  Tutti insieme hanno assistito allo spettacolo – emozione pura –  e poi hanno chiuso la serata con una bicchierata nella caffetteria del teatro. Champagne, naturalmente, per brindare al compleanno e a … Violetta.

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Domenica mattina.

Il tempo è inclemente. Nel senso che da un’intera settimana piove, piove soltanto. Oggi è domenica e Lea non ha nessuna voglia di uscire di casa. Restare troppo a letto non va bene, che poi un cerchio alla testa è garantito per il resto del giorno. In ogni caso, un minimo di faccende va sbrigato, con lentezza s’intende, in sintonia con il clima e l’umore. La domenica va affrontata, in un modo o nell’altro. Soprattutto in giornate come queste, Lea sente un gran bisogno di spezzare la monotonia, di avere uno sguardo nuovo, di scovare punti di vista differenti.  Ci vuole un’idea. Perché non provare a modificare la posizione dei mobili? Affronta decisa  il salone:  sposta il divano e le poltrone, sistema le lampade e i soprammobili, inventa una nuova disposizione per  i tavolini bassi, scambia i tappeti. Chi l’ha mai detto che ogni oggetto debba avere un’ unica, immutabile, collocazione? Eppure l’abitudine di vedere  le solite cose al solito posto ci porta spesso a formulare la considerazione che soltanto in quello possano stare. Niente di più errato. Ecco, ora la stanza sembra proprio un’altra e Lea prova una sensazione di piacevole novità che la disorienta in positivo. La sua casa le sembra diversa, migliore, più luminosa, quasi nuova. Anche il cielo collabora: ha smesso di piovere e una luce strana illumina i vetri e il buonumore ritrovato.

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Lunedì pomeriggio.

Lea ha sempre pensato al volontariato come a una nobile attività. Aiutare gli altri, regalare il proprio tempo, offrirsi.  Tuttavia non le è mai capitata l’occasione di proporsi; o meglio, mai l’ha cercata. Il lavoro, gli impegni, le passioni, già divorano il suo quotidiano. Quando e come occuparsi del prossimo? E’ proprio vero che le cose capitano, accadono, si realizzano, nei modi più impensati e casuali. Nel palazzo in cui abita, a piano terra, c’è un’anziana  signora ; un’arzilla donnina molto simile alle nonne descritte nei libri di fiabe. Vive sola e ha sempre badato a se stessa senza problemi. Qualche settimana fa però un incidente domestico le ha messo fuori uso una caviglia e il medico le ha imposto il riposo forzato.  Così Lea – che per caso lo ha saputo – ha preso l’abitudine di offrirsi per qualche commissione, di portarle una rivista o una fetta di torta.  E’ nata una strana amicizia mai andata oltre la porta di casa. Prima di salire al suo alloggio, Lea suona e consegna: un sacchetto, un giornale, un sorriso. Non ha ancora accettato l’invito ad entrare e fermarsi per una tazza di tè ma sa perfettamente che è solo una questione di tempo.  Lea è contenta: chi dà e chi riceve non è così scontato come sembra.

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Sabato.

Eliminare il superfluo. Riordinare. Riorganizzare. Erano punti salienti della lista di buoni propositi stilata ad inizio anno.  Oggi Lea, risoluta, si è messa all’opera.  Armadi, cassetti, mensole, scaffali: con pazienza e metodo nulla è sfuggito al suo occhio critico e attento. Abbigliamento e accessori, suppellettili varie, oggetti.  Di quante cose  inutilizzate e inutili ci circondiamo?!? Occorre sfoltire, smaltire, eliminare, lasciar andare,  crearsi attorno nuovo spazio vitale. Si è organizzata con capaci contenitori ed enormi borse. Ha già anche individuato i destinatari del risultato del suo riordino: a un’associazione benefica andranno  abiti e affini; la scuola elementare che frequentavano i suoi figli accoglierà invece l’oggettistica che sarà destinata ad implementare l’offerta della prossima vendita di beneficenza.  Occorre una buona dose di coraggio per disfarsi di ciò che ci è stato accanto giorno dopo giorno, a suo modo, nel suo tempo.  Lea non ha ceduto alla tentazione del “ci ripenso”, fatta eccezione per un maglione  non più utilizzato da anni ma del quale proprio non è riuscita a disfarsi. Lo terrà: le ricorda un giorno particolare e ancora le pare conservi uno speciale profumo. Quasi un miracolo; forse – soltanto – una colorata magia.

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Martedì mattina.

Prima d’ora non ha mai viaggiato sola, seriamente. Ha sempre cercato di coinvolgere figli o amiche. Certo, non si è fatta mancare soggiorni in località turistiche – soprattutto al mare – ma si trattava di vacanze stanziali, durante le quali faceva presto a sentirsi a suo agio anche senza compagnia e quindi, in qualche modo, a casa. A Lea però piacerebbe proprio affrontare, sola, un viaggio itinerante. Ci sono città europee, ma anche italiane, che non ha mai visitato se non attraverso gli articoli delle riviste o i siti web. E vuole anche misurare la sua capacità di adattamento, capire quanto ancora le riesce di essere vagabonda e felice. Complice un film dalla trama analoga, il desiderio si è fatto sentire più intensamente del solito. Già sa che dovrà scendere a compromessi con la sua pigrizia e il suo bisogno di comodità (che male c’è?). Potrebbe ad esempio fissare una base in una città – un piccolo albergo economico, dove lasciare bagagli e un po’ di sé – e da lì muoversi con tappe giornaliere ben organizzate. Oppure – follia delle follie – decidere giorno per giorno le mete da raggiungere. Una settimana sarebbe l’ideale. L’importante è non lasciar macerare troppo il proposito; l’importante è non farsi condizionare dai dettagli. L’importante è partire.

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Lunedì.

Archiviate le festività, si ricomincia. A Lea la casa appare sempre un po’ spoglia post rimozione degli addobbi natalizi. Anche le sue giornate sembrano meno piene: ci vuole un briciolo di pazienza per ingranare di nuovo, per riprendere impegni e consuetudini nonché gli abituali orari. Tempo qualche giorno – ma anche meno – e il quotidiano riavrà il sopravvento così che il confine tra un anno e l’altro sfumerà e i giorni si succederanno senza soluzione di continuità. Una novità però potrebbe portare un minimo di positivo scompiglio in questo nuovo inizio. L’hanno contattata – amici di amici – per collaborare alla fondazione di un circolo culturale. Un luogo dove ci si possa incontrare, organizzare eventi, conferenze, discutere, chiacchierare. Un ambiente libero da connotazioni politiche o altro, fresco, incontaminato. Pare siano coinvolte persone dagli interessi differenti, ognuna delle quali porterà – dovrebbe portare – la sua esperienza e il suo talento. E’ tutto in divenire e Lea non ha ben capito quale sarà il suo ruolo. Il progetto però la galvanizza. L’idea di creare un luogo d’incontro culturale e di svago è generosa e speciale. Già immagina i locali e idealmente li arreda: anche l’occhio vuole la sua parte.

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Domenica mattina.

Come ogni inizio anno che si rispetti, Lea ha preparato la sua lista di buoni propositi, di spunti, di obiettivi, di idee. E’ sempre un elenco eccellente, quello dei primi giorni di gennaio. Comprende anche quelle mete sfiorate e mai raggiunte per pigrizia o per diversivi sopraggiunti. Cominciare a correre, o meglio, a camminare veloce; iscriversi ad un cineforum (che poi, gli abbonamenti di solito si attivano ad inizio autunno); iniziare un regime alimentare più sano ed equilibrato; eliminare il superfluo (da armadi, mensole, vita); regalarsi almeno un massaggio mensile; ricontattare amici persi di vista; cambiare le tende in camera da letto; ritinteggiare le pareti di un colore diverso; organizzare meglio la cucina; pensare di meno. Lea già sa che molti punti della lista sono sfide perse in partenza: vederle scritte però la sprona e la conforta, chissà mai che quest’anno sia finalmente la volta buona. Ogni punto poi ha un suo retro pensiero, filosofico o pratico che sia; nasconde tutta una serie di significati complessi,  potrebbe persino scriverne racconti. Per comodità si accontenta della lista nuda e cruda, la porta con sé in borsa, per poterla rileggere, modificare e completare. E’ una specie di integratore da assumere al bisogno. Dopo tutto l’anno è appena cominciato, c’è tempo.

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Lunedì sera.

Brindare all’anno nuovo in compagnia: Lea aveva quest’unico obiettivo. Trascorrere una serata piacevole, rilassarsi, ridere. L’invito alla festa l’ha colta di sorpresa  – davvero non se l’aspettava  – ma ha accettato senza esitazioni.  Tra gli invitati conosce solo un paio di persone e i padroni di casa sono amici di amici, ma non importa. Ha deciso che il nuovo anno dovrà iniziare all’insegna dell’osare. Per tanto, troppo tempo, non l’ha fatto, si è accontentata, ha atteso. Ora – forse – è arrivato il momento di riprendere in mano le redini delle sue giornate e offrirsi delle occasioni.  Per regalarsi allegria, rumore, amici nuovi, nuove cose. E quale occasione migliore della festa di capodanno per brindare ad un ritrovato coraggio? Un abito dorato, sobrio ma luminoso, un’acconciatura speciale che non stravolga la sua immagine pur rendendola particolare, una buona dose di ottimismo e buonumore e sarà davvero una festa speciale. Brinderà, ballerà, sorriderà a chi le sta intorno. Sorriderà soprattutto a se stessa e si vorrà più bene del solito. Se lo merita. E’ stato un anno intenso, ricco e faticoso. Lea lo ha attraversato senza  ritrarsi, ha lavorato sodo, si è spesa. Un po’ di positiva sfrontatezza ora non guasterà, anche solo un pizzico, un soffio, una bollicina …

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Mercoledì mattina.

Eccolo qua il Natale! Così canta la radio: una notte fra tante ma una notte speciale. Lea lo vivrà in famiglia, a casa, proprio come da tradizione. I figli sono già tornati, carichi di pacchetti e parole, di baci e di abbracci. Poi si sono tuffati nelle rispettive camere a disfare zaini e borsoni, a sistemare, a scrivere, ognuno con la sua colonna sonora in sottofondo. Dopo un iniziale turbinio – tipico di ogni ritorno a casa – è ritornata la tranquillità. I ragazzi hanno riguadagnato i loro spazi, le loro abitudini, si sono riappropriati dell’alloggio. Ci sarà posto per feste ed appuntamenti durante queste vacanze natalizie, per aperitivi ed incontri; ci sarà posto per tutto e per tutti. Ma il pranzo di Natale li vedrà riuniti a casa: qualcosa si cucina, qualcosa si acquista; si curano i dettagli, i colori, l’ atmosfera. Quest’anno si ricomporrà l’intera famiglia, al pranzo di Natale.  E’ stata una notizia inattesa ma gradita: Lea ha anche pensato ad un suo piccolo personale dono da aggiungere a quello che i figli hanno già sistemato sotto l’albero in attesa dell’arrivo del padre. Ha pensato a un libro, a una fiaba natalizia adatta non solo ai bimbi. Ha scelto d’istinto, di pancia, di cuore. Non scriverà una dedica: quello che dovrà dire, quello che vorrà dire, arriverà da sé.  E che sia un Natale di pace, che sia un buon Natale!

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Martedì pomeriggio.

D’abitudine Lea non indossa gioielli o monili. Veste in modo sportivo  – ma non troppo  – e ama avere un aspetto curato, senza eccessi.  Pantaloni e giacca informale sono la sua divisa, comoda, pratica, con un occhio al buon taglio e alla qualità delle stoffe. Non occorre siano capi firmati anche se ogni tanto si concede qualche acquisto griffato. Scarpe e capelli in ordine sono un imperativo che riassume la cura che dedica a sé, proprio dalla testa ai piedi. Poco trucco, un soffio del suo profumo preferito – lo stesso, ormai da anni – e il gioco è fatto.  Ha un’immagine semplice e naturale e si piace così. Ad anelli e bracciali, riserva le occasioni speciali, le uscite eleganti.  Non porta e non ama le collane, con un’unica eccezione.  Tiene sempre al collo un sottile filo in oro bianco e una farfallina minuscola. Sono il dono di un’amica speciale che vive lontano ma alla quale è legata da un’amicizia forte e sincera. Lea lo considera il suo portafortuna e non se ne separa mai, giorno e notte. Tra l’altro è un monile che ben si adatta a qualsiasi abbigliamento e circostanza, elegante o informale che sia. Quasi invisibile ma prezioso, impercettibile ma presente, unico e insostituibile, proprio come le amicizie più vere.

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Domenica mattina.

Esclusa la possibilità del letargo – per non subire freddo e gelo ed arrivare veloce alla bella stagione – Lea  comprende che deve accettare e reagire. E’ dicembre, fa freddo, le giornate sono microscopiche, stanno arrivando le feste.  Questa è l’ineluttabile verità. Che fare? Intestardirsi in una bolla di malinconia? Annoiarsi? Dormire di più? Sarebbe davvero tempo sprecato. E allora affrontiamolo questo inevitabile inverno.  Lea ci prova. Ha deciso di regalarsi sciarpa, guanti, cappello nuovi. Colorati. Ha abbandonato i beige, i grigi, i neri che di solito contraddistinguono il suo abbigliamento in questo periodo dell’anno e ha deciso di offrire un tocco di colore al suo look e al suo umore. Un verde scuro ma brillante le sta a pennello, le illumina gli occhi, regala un bel contrasto ai capelli e al viso.  E poi si abbina un po’ con tutto.  Così, nella corazza di lana calda, affronta il centro e gli acquisti natalizi. E poi c’è San Silvestro da organizzare. Lo scorso capodanno si era regalata una serata alternativa: sushi, incensi e candele, un film romantico in dvd, la sua casa. Ma l’esperimento – che in realtà aveva venduto agli amici come riuscitissimo – non era stato granché. La solitudine si era fatta sentire e a poco era servito ricacciarla in un angolo nascosto del divano. Quest’anno l’hanno invitata a una cena e ha accettato senza esitazioni. Per pensare ai dettagli, c’è tempo.

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Giovedì sera.

Il lago, in questa stagione, può esprimere una malinconia infinita oppure, se il clima e il cielo collaborano, può trasformarsi in un’esplosione di luce e di colore. Lea ha vinto la pigrizia di un giovedì di fine novembre e si è regalata un’insolita, inattesa, giornata lacustre. L’invito alla gita è arrivato da un’amica che aveva voglia e bisogno di chiacchiere e compagnia. Vive un periodo complicato – più complicato del solito – di quelli durante i quali problemi si aggiungono a problemi e sa che in Lea può trovare accoglimento e ascolto. Imbacuccate il giusto per ripararsi da freddo e vento, hanno raggiunto il piccolo paese. La città alle spalle era coperta da un cielo grigio di nuvole basse; mezz’ora dopo invece il sipario si è alzato e una luminosità inattesa le ha accolte. Il lago era uno specchio pulito; le tinte, spettacolari. Da un negozietto all’altro, da una panchina a un muretto, da una vetrina a un bistrot, hanno girovagato senza meta respirando aria pulita e frizzante. Qualche foto per immortalare il momento, l’acquisto di piccoli oggetti artigianali e una cioccolata calda con panna hanno completato l’opera. Lea è allegra, l’amica è sollevata. Sulla via del ritorno programmano un’uscita a breve per aggiornamenti reciproci. Si salutano con un abbraccio e un sorriso. Grazie, lago.

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Martedì mattina.

E pian piano si avvicina il Natale. Lea deve scrutare lontano, indietro nel tempo, per ricordare il piacere dell’attesa. Il desiderio di offrire e ricevere doni, di organizzare momenti di festa, di addobbare l’albero e allestire il presepe, di spedire – sì, spedire – cartoncini augurali. Di sicuro accadeva quando era una fanciulla, e poi, anni dopo, quando i ragazzi vivevano ancora con lei. Poi, nulla o poco più. Certo, l’esteriorità non è mutata, che il clima natalizio crea un vortice cui è difficile sottrarsi; è cambiato il suo approccio mentale, si è affievolito l’entusiasmo. Addirittura lo scorso anno si era limitata ad acquistare qualche candela a tema e una stella rossa (la pianta): niente presepe, niente albero. E’ vero che novembre non è ancora terminato ma già i prodotti natalizi si affacciano alle vetrine dei negozi e inducono a pensare ai futuri giorni di festa. Lea ha deciso, quest’anno si cambia! Ha prenotato un abete in vaso, scovato eleganti ma economici addobbi di carta colorata e un piccolo presepe di creta. Ha anche acquistato un minuscolo quaderno rosso: giorno per giorno annoterà e spunterà tutto quel che occorre per rendere queste prossime feste degne di essere ricordate. Un aiuto per scaldare il cuore, per ritrovare l’emozione – addormentata soltanto, ma viva – dei Natali che furono.

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Venerdì.

Le prime nebbie ammorbano la sua città. Spengono, come un estintore a polvere, i colori e i contorni. Lea non ama la stagione fredda e proprio non riesce a trovare qualcosa di positivo, di romantico, di seducente, in una giornata di nebbia. A casa, le luci sono tutte accese, al diavolo la bolletta. E il volume della radio è un po’ più alto del solito, che c’è bisogno di compagnia rumorosa. Si tuffa in un riordino straordinario per occupare i pensieri che,  chissà perchè, sono pure nebbiosi e non hanno nessuna intenzione di schiarirsi. Si sente inquieta e non ne comprende il motivo. Poi, in tv, notizie atroci. Sgomento, orrore, paura. Una telefonata ai figli con una scusa banale – ma stasera  non è necessario essere credibili – per ascoltare le loro voci e rassicurarsi. Stanno bene, sembrano felici, sono sereni. Lea non riesce a distogliere lo sguardo dalle immagini che scorrono sullo schermo. S’informa, approfondisce, cerca – inutilmente – di capire. Ma è complicato, tutto è incredibile e complicato. Strano come ogni cosa muti quando il mondo si capovolge all’improvviso: ci si chiede come si sia potuto, prima, non aver gioito abbastanza. Forse non resta altro da fare: pregare e sperare che domani la nebbia si diradi e torni il sole.

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Sabato sera.

L’andirivieni sulle scale pare terminato. Nell’alloggio accanto a quello di Lea è arrivato un nuovo inquilino. Ci abitava una giovane coppia che – per esigenze di spazio –  si è trasferita in un appartamento più grande.  Da poco meno di una settimana sono iniziati i lavori di risistemazione: muratore, idraulico, imbianchino, si sono alternati sulle scale cercando di non creare troppo disagio al condomino. In realtà l’alloggio era già in buone condizioni ma è comprensibile che almeno un minimo di manutenzione e ammodernamento andasse fatto. Stasera qualcuno ha suonato alla sua porta: la nuova vicina si è presentata con un sorriso e una minuscola torta di mele: nella cucina appena sistemata ha felicemente collaudato il forno con il piccolo dolce. E’ molto giovane, pare simpatica, di sicuro è socievole e gentile. Lea l’ha subito invitata ad entrare per fare due chiacchiere.  Si è fermata poco però: nell’alloggio ha ancora parecchi scatoloni da svuotare. Vivrà sola, dice. O almeno lo sarà finché non sarà nato il bimbo che attende.  Poi, sarà lui la sua famiglia. Ha i tratti del viso morbidi e sereni. Lea non osa porre domande indiscrete. Ammira il coraggio e la determinazione e quello sguardo dolce che,  da solo, risponde a mille domande.

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Mercoledì pomeriggio.

Quante volte si è affacciata alle finestre di casa? Quante volte ha sistemato le piante sul balconcino? Infinite. Quasi sempre senza guardare oltre. Magari un’occhiata al cielo, per prevedere il tempo; forse uno sguardo distratto in strada, attratta da rumori insoliti. Ma oggi, alla finestra, Lea si è fermata un attimo in più, immobile, ad osservare. Gli alberi sono colorati di sfumature infinite che soltanto questa stagione riesce ad inventare. L’erba è ancora verde sotto  il tappeto di foglie che la protegge.  Sole e nuvole convivono in armonia. I cortili, gli intonaci delle case, le tende, i balconi, persino i tetti, in luce perfetta, mostrano le loro simmetrie. Non ci sono passanti, non ci sono rumori. Anche il tempo è immobile. Quante volte Lea ha guardato senza vedere questa pienezza attorno a sé.  Poco lontano, un uomo sistema un’antenna su un cornicione. Si muove cauto, lentamente. Non rompe l’incantesimo del momento. Tutto sommato, le cose procedono bene. Tutto sommato sono giorni tranquilli. E quel che non va, pian piano, troverà sistemazione. Lea accosta le persiane e si allontana. Le torna in mente una frase, il titolo di un libro che le aveva prestato un amico, anni fa: “quando siete felici, fateci caso”.

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Domenica mattina.

I ragazzi sono tornati a casa per un’intera settimana. Lui, per smaltire ferie arretrate: il nuovo lavoro romano non gli ha consentito una pausa estiva. Lei, per un fermo scolastico obbligato: nell’immobile in cui studia, a Firenze, devono essere effettuati  improcrastinabili interventi  strutturali.  I primi giorni insieme sono stati di disorientata allegria. Tante cose da dirsi, da raccontarsi, amici da rivedere, faccende da sistemare. Poi è subentrata una ritrovata piacevole abitudine. I pasti – quasi tutti – consumati insieme,  le chiacchiere sul divano o sui reciproci letti, qualche dopo cena trascorso senza allontanarsi dalla cucina da rigovernare.  Lea se li è ascoltati, abbracciati, guardati. Li ha inondati di domande da mamma: salute, fidanzamenti e sfidanzamenti, progetti per il futuro. Avesse potuto, si sarebbe catapultata nei loro pensieri.  Insieme, si sono concessi una serata al cinema e una gita al lago.  Le è parso di averli sempre avuti accanto, i suoi figli, come se gli ultimi anni – che li hanno portati lontano per studio e lavoro – non fossero esistiti. In assoluto però la cosa che più l’ha emozionata è stato vederli confabulare fra loro, discutere, stuzzicarsi a vicenda. Lui, protettivo e saggio; lei, esuberante e allegra. Non sono ancora ripartiti ma Lea sa che la loro mancanza si farà sentire, come sempre, acuta e dolce insieme.

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Giovedì sera.

Ancor prima di riuscire a decidere se sia il caso di ricorrere al vaccino antinfluenzale – sarebbe la prima volta ma lo scorso anno il virus l’ha bloccata per settimane e urge un cambio di strategia– Lea si è beccata una costipazione galattica. Non un raffreddore standard, canonico, da passeggio, fastidioso ma non invalidante. Proprio un raffreddore gigante. Naso che cola, incudine sulla testa, occhi che lacrimano, debolezza.  E la cosa che la infastidisce oltre misura è la “non voglia” di tutto che l’ha assalita. Non le va di mangiare,  neppure di leggere, non se la sente di guardare la tv. Dalla poltrona fissa soffitto e pareti, la vista offuscata, le ossa doloranti. Non ci voleva proprio. I classici rimedi naturali – latte caldo, miele, suffumigi col bicarbonato – non hanno sortito effetti  eclatanti. Il raffreddore deve seguire il suo corso. Rassegnata, Lea si è concessa un paio di giorni di pausa e … sonnellini a intervalli costanti. Dicono che riposare sia il rimedio sovrano. Oggi, nel pomeriggio, un’amica ha violato la sua solitudine e le ha fatto visita e compagnia, con un vassoio di dolcetti al cioccolato al seguito. Incurante del suo aspetto, della sua scarsa socialità e del pericolo di “contagio”.  Magica amica, presenza rassicurante e provvidenziale: Lea,stasera, già si sente meglio.

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Domenica.

La domenica pareva nata grigia. Nessun impegno speciale, nessun particolare dovere. Già s’immaginava di trascorrere una giornata rilassata, a casa, a sbrigare faccende e sagomare il divano. Con questi pensieri – arrivati insieme al suono della sveglia – Lea si è alzata senza grandi entusiasmi. Il cielo che ha scoperto aprendo le persiane ha rivoluzionato i suoi progetti: azzurro, limpido, con un sole luminoso e caldo. Ha deciso in un secondo. Questa è una giornata da mare. Si è procurata in fretta l’occorrente senza indugiare troppo nelle scelte, per evitare che l’incertezza potesse interrompere la magia. Borsa, auto e via, verso la località marina più vicina alla sua città. Non ha coinvolto amici, non ne aveva il tempo. Forse sarà una sfacchinata e dovrà comunque gestire una giornata in solitudine ma la voglia di mare ha avuto il sopravvento. Un mare inatteso, un mare autunnale ma non troppo, un mare lucente e calmo. Qualche rivista, una focaccia calda, una bibita e la spiaggia quasi deserta. E quella luce, quella particolare luce che gioca a rimbalzare sulle onde e che – da sempre – le regala pace, la distende, la nutre. Non l’aveva mai fatta una fuga così, decisa all’ultimo e realizzata in fretta, senza ripensamenti. Si potesse vedere, con quel sorriso inconsapevole che la illumina, si piacerebbe proprio.

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Martedì sera.

Lea non tenta la fortuna: non è attratta da giochi e lotterie e quindi, ovviamente, non vince. Mai, quasi mai. Qualche giorno fa, per puro caso, ha acquistato col resto ricevuto in tabaccheria, la cartolina di un gratta e vinci. L’ha ritrovata stamattina, frugando nella borsa e ha … grattato. Miracolo: ha vinto una sommetta interessante; davvero il colmo, per essere una prima volta. La tabaccheria era di strada ed è andata subito a riscuotere. Denaro vinto, denaro regalato. Che si fa? Si acquista qualcosa – da conservare come memoria – o si dona? Lea è combattuta. Non sempre si può permettere gesti generosi. Ma questa è un’occasione speciale, piovuta – per così dire – dal cielo, e il denaro è nelle sue mani, pronto per essere destinato. L’indecisione dura poco. C’è sempre un vecchietto sorridente al parcheggio del centro, che offre indicazioni agli automobilisti senza essere invadente. Gli si avvicina e gli porge qualche banconota arrotolata. L’uomo spalanca occhi e bocca e sorride, incredulo. Dice qualche parola che Lea non distingue nella fretta di allontanarsi. E’ soddisfatta: acquisterà comunque un piccolo dono speciale (un portachiavi magari, o un ciondolo)che le ricordi la giornata e l’evento; che le ricordi soprattutto l’emozione speciale che ha provato, donando.

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Sabato pomeriggio.

Dopo sei anni di onorata carriera, la lavatrice si è arresa e ha optato per un meritato riposo. E pazienza; in effetti ha lavorato senza risparmio; si è fatta carico dei rientri settimanali dei figli con zaini al seguito, del bucato quotidiano – poco, ma qualcosa da lavare c’è sempre – e delle recenti, imponenti, pulizie del cambio stagione. Quel che Lea non si spiega è come mai lavastoviglie e microonde abbiano deciso di seguirla a ruota. Che sia scontato che una rottura d’elettrodomestico tiri l’altra, non lo sapeva proprio. Ma così è andata. Stamattina, carta di credito alla mano, si è sottoposta all’inevitabile tour nel grande magazzino alla periferia della città. Ha verificato, controllato, chiesto informazioni, confrontato prezzi e prestazioni e, alla fine, acquistato. Entro un paio di giorni i nuovi arrivi faranno il loro ingresso in famiglia con buona pace di chi ha ceduto loro il posto. Il salasso era inevitabile, la conseguente amarezza anche. Intaccato alla grande il fondo spese d’emergenza –e se non è un’emergenza questa – Lea non ha voluto arrendersi al destino che decide spese e acquisti al posto suo. E tacitando le voci sagge che la scoraggiavano in nome di prudenza e risparmio, si è regalata uno stereo compatto da tenere nello studio. Mentre lavorerà, tradurrà, scriverà, avrà la musica accanto, più accanto del solito. E tra le nuvole di questa autunnale giornata, ha intravisto un guizzo, tipo raggio di sole.

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Giovedì mattina.

Lea ha un buon carattere: è socievole ed empatica, accomodante e spiritosa; i suoi rapporti con gli altri sono in genere positivi e costanti. Ha molti amici, qualcuno più stretto ed altri meno, ma tutti, comunque, sono presenze. La nota amara in questo scenario paradisiaco è il suo legame (ora non legame) con un’amica di vecchia data. Anni fa si frequentavano spesso: uscite o anche solo lunghe telefonate per aggiornamenti reciproci. Poi, un malinteso banale ha spezzato l’incantesimo. Niente di clamoroso, nessun litigio eclatante o torto irrimediabile. Forse non si sono capite, forse non si sono spiegate, ma la loro amicizia si è pian piano sfilacciata. Non si sono più sentite, non si sono più cercate. Peccato, perché insieme stavano bene: nessuna delle due però ha mai riannodato il filo. E i mesi e gli anni sono passati. Stanotte Lea l’ha sognata. Le sorrideva mentre pedalavano insieme su un sentiero di campagna. Uno scenario improbabile, come spesso accade nei sogni. Ma l’amica c’era e il sorriso anche. Un segno? Un messaggio? Chissà. Lea ha deciso di coglierlo e stare a vedere. Ha inviato una colomba virtuale (le ha scritto un sms) e ha atteso. Tempo zero è arrivata la risposta. Uno smile e un “che bello leggerti” che lasciano presagire solo buone nuove. Per le spiegazioni e i chiarimenti – se sarà il caso – si vedrà. Ora è tempo di ritrovarsi.

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Martedì pomeriggio.

Il tempo sta cambiando. Le giornate si accorciano e si raffreddano. Là in fondo, in dirittura d’arrivo, s’intravede la stagione grigia, quella che dura tanto, troppo, quella che sembra non finire mai. Lea non ha il coraggio di affrontare il cambio armadio e di archiviare canotte e lini; per ora, combatte il fresco delle mattine di settembre vestendosi a strati. Chissà mai che il clima non regali un improvviso ritorno del caldo! Lea ci spera. Vorrebbe organizzare ancora qualche giornata al mare, in spiaggia; magari anche solo poche ore di sole per regalare alla pelle un’iniezione di calore. Si potesse farne una scorta, riempirebbe senza indugio borse e scaffali, di caldo, di luce, d’estate. Lo specchio questa mattina le ha mostrato un colorito sbiadito, spento; l’abbronzatura non è più luminosa e non riesce, ormai, a sostituire il trucco. Lea ne ha approfittato per un generale riordino dei cosmetici: ha buttato, senza esitare, quelli da troppo tempo in uso. Si è concessa poi una visita alla profumeria di fiducia e una serie di acquisti che prosciugano ma gratificano. Un fondotinta luminoso, una cipria, un mascara, un rossetto. E un trattamento rigenerante per il viso, una cura d’urto per rinfrescare la pelle e illuminarla, che splenda e doni sicurezza e forza. In autunno – più che mai – sono necessarie. Anzi, indispensabili.

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Lunedì.

Seduta ad un tavolino di un bar del centro, Lea sfoglia un quotidiano e si gode la colazione. Il locale offre una veranda protetta da piante verdi e fiorite. E’ un buon modo per iniziare la giornata: una coccola, piccola ma efficace. Accanto a lei, un gruppetto di anziane signore conversa allegramente. Sono eleganti e ben curate, profumate e fresche di piega. Chiacchierano di politica e di cronaca, di viaggi e di vacanze, parlano di amici comuni e di personaggi dello spettacolo; di quell’attore – ma chissà perché si è rasato i capelli, che stava così bene quando li portava lunghi – e di quella cantante – che forse aspetta un bimbo, meno male, era ora. Lea sorride. Le signore hanno occhi allegri e benevoli; sono belle da vedere e deliziose da ascoltare. Battibeccano anche fra loro: brevi, amichevoli, schermaglie. Non ricordano il nome di una giornalista famosa – che ha anche scritto un libro – e si rivolgono a lei per un aiuto facile e immediato – che forse un poco le somiglia, non gliel’hanno mai detto? – E si spostano per non darle la schiena e coinvolgerla nei loro discorsi. Una compagnia giovane, dicono, è sempre un regalo. La colazione di Lea, oggi, è stata più dolce del solito e chissà come, anche la giornata tutta si è rivelata migliore.

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Venerdì sera.

La casa è tornata silenziosa. Lea non si spiega questa sua – ulteriore – contraddizione. E’ felice di avere compagnia, gente a casa, ospiti o familiari che siano; chiacchiere a cena, voci, presenze. Ma, tempo qualche giorno, le torna voglia di rientrare in pieno, assoluto, possesso dei suoi spazi. La radio che suona in sottofondo, i pasti frugali consumati alle ore più impensate, le notti a scrivere o leggere senza timore di impensierire chi le sta accanto. Libertà di abbigliamento, libertà di movimento, libertà d’azione. Certo, ormai è l’abitudine che ha il sopravvento: da tempo i figli sono lontani e tornano – e neppure sempre – solo per il breve spazio del fine settimana. Le mancano e riaverli con sé è sempre una festa, un’occasione speciale cui dedicare tempo e pensieri. Ma per la maggior parte del mese, Lea ha dovuto suo malgrado adattarsi a vivere sola. Col tempo si è trovata anche a suo agio in questa nuova dimensione. Durante il giorno ha molti impegni che la portano fuori casa e tanta gente da vedere e da ascoltare. Con piacere quindi, la sera, si riappropria di se stessa e della sua casa. Non disdegna inviti o appuntamenti ma nemmeno si rammarica troppo quando è un buon libro o un programma interessante in tv a regalarle un’affettuosa, discreta, compagnia.

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Mercoledì mattina.

Scollinato agosto, Lea attende settembre. Il mese che segna il confine tra estate e autunno non è mai stato tra i suoi preferiti, nonostante clima e colori non abbiano pari nell’anno. Stavolta però c’è un progetto al varo: i suoi figli stanno organizzando il consueto viaggio americano – meta Boston e il padre – e le hanno chiesto di partire con loro. Non ha mai visitato quella città d’oltreoceano che in tanti dicono molto bella, per mille motivi, non ultimo quello che la lega al naufragio del suo matrimonio. Ma tanti anni sono passati e tante cose sono accadute: i rancori e le nostalgie sono addormentati da tempo e i rapporti con il suo ex sono divenuti ormai fraternamente amichevoli. I ragazzi le hanno riferito che proprio lui ha proposto che li seguisse. Ha un periodo di pausa lavorativa e ha pensato di accompagnare i suoi ospiti a visitare città e dintorni: con una decina di giorni a disposizione e una buona organizzazione del tempo si potrà vedere molto senza distruggersi dalla fatica. Lea ha accettato senza esitazioni; più volte aveva immaginato quel volo e quella vacanza ma non aveva mai preso l’iniziativa di proporla. Quindi ha molto gradito l’idea e l’invito. Non passa sera che non si addormenti fantasticando sull’atterraggio e sull’abbraccio – perché ci sarà un abbraccio – americano.

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Martedì pomeriggio.

La musica è parte della vita di Lea anche se non ne è mai stata protagonista. Da piccola, nessuno le ha proposto lo studio di uno strumento; da grande, si è sentita troppo grande per cominciare. Nonostante questo, ha coltivato negli anni un amore immenso per il pianoforte. Ogni volta che le capita di sentirlo suonare, si perde; non stacca gli occhi dalle mani del pianista che corrono sulla tastiera. Il sax baritono è un altro suo grande amore; lo suonava il suo ragazzo, quello che sarebbe diventato suo marito – ora ex marito – e Lea adorava il luccichio dello strumento e quel suono così intimo, profondo, speciale. E poi, la radio, costantemente accesa in casa, in auto, in ufficio, e sempre sintonizzata su canali musicali; i dischi – prima i vinili, ora i cd – i concerti. Cerca compagnia (qualche amica che nutra la sua stessa passione) e si avventura negli stadi ad ascoltare i suoi cantanti preferiti. Nel prato, se possibile, per condividere meglio con chi sta attorno il fluido energetico che corre. Non fa per lei invece ascoltare la musica in cuffia: ci ha provato più volte, ma il suono così vicino è troppo invadente e non lo gusta. Lea ha bisogno di un sottofondo musicale per le sue giornate, colonne sonore che la accompagnino senza interferire ma che non la lascino mai sola.

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Sabato mattina.

C’è un ragazzo – ha dieci anni meno di lei – che la corteggia. Il verbo corteggiare suona un po’ desueto anche solo a pensarlo, ma Lea non saprebbe come definire diversamente il comportamento del giovane uomo. Le scrive con i pretesti più strani: un parere sul libro in lettura, l’opinione su un nuovo locale, l’invito ad unirsi a lui per visitare una mostra. Lo vede spesso, perché collabora con la sua stessa casa editrice. Ma nell’ultimo periodo, casualmente, gli appuntamenti di entrambi per le consegne cadono lo stesso giorno. Non è una presenza pressante o invasiva, sono amici già da tempo; è che il loro rapporto pare che da qualche tempo abbia cambiato rotta. Nessun approccio esplicito, mai una parola o un gesto fuori posto ma Lea avverte fra loro un’atmosfera strana. In ogni caso le fa piacere parlargli, scrivergli, vederlo. E basta. Anzi, forse non basta proprio ma Lea, nemmeno col pensiero va oltre. E’ così giovane, carino anche: quel genere d’uomo sportivo di tratti e intellettuale di modi che non può che piacerle. Le ha pure confidato che scrive racconti. Lea è affascinata e lusingata. Magari poi la vede soltanto come una sorella maggiore o come una saggia amica con cui confrontarsi. Magari. Nel dubbio – si vedranno lunedì – ha prenotato il parrucchiere e provato uno smalto nuovo. Perché no?

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Giovedì pomeriggio.

Lea, pragmatica e razionale, concreta e lucida, crede agli angeli. Da sempre: da quando, ancora bambina, si affidava al suo angelo con la preghiera serale e gli raccomandava la famiglia, la scuola, un dentino (era fondamentale che non facesse più male), l’amica del cuore. Poi è cresciuta e le preghiere serali sono diventate frettolose e sporadiche. Ma non ha smesso di credere di avere al fianco il suo, personale, angelo custode. Se lo immagina anche: lunga veste bianca, capelli biondi alle spalle in morbide onde, sorriso dolce. E, ovviamente, le ali. Nel suo immaginario, quando lo ringrazia o gli rivolge una richiesta d’aiuto, lo vede così. Non ci pensa spesso, logico. Tuttavia ci sono momenti della giornata durante i quali si accorge di non essere sola. E’ una sensazione lieve, passeggera. Stamattina, per esempio, guidava in centro e per poco non ha tamponato l’auto che la precedeva. Ha frenato di colpo, infuriandosi con se stessa per quell’attimo di distrazione che poteva procurarle un grosso guaio. In genere, alla guida, è attenta e concentrata; davvero non capisce come sia potuto succedere. Ma qualcosa o qualcuno era lì, accanto a lei, e le è stato d’aiuto. Ancora una volta. Da qualche parte ha letto che l’angelo che protegge i nati nel suo giorno dovrebbe chiamarsi Mehiel; chissà …

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Domenica mattina.

Oggi è una giornata di festa e sole tra le nuvole. Fa caldo anche se l’aria è mossa da un leggero vento. Lea si annoia. Sbrigate le solite faccende – leggi: rifatto il letto, steso una lavatrice (nel senso del bucato), raccolta la polvere – ha letto un po’. Un nuovo romanzo, la scorsa notte, l’ha tenuta sveglia fino ad un’ora molto piccola e stamattina l’ha catturata di nuovo. Ma non si può solo e sempre leggere. Di uscire non ha voglia; è una giornata pigra ma di una pigrizia non sana e godereccia; è una giornata stiracchiata; è una giornata da risolvere. Lea si regala un Bagno: serio, lentissimo, profumatissimo. Nonostante la temperatura accende un bastoncino d’incenso agli agrumi per profumare l’aria e i pensieri. Acqua quasi calda, s’immerge – solo fino alla vita, non esageriamo – e s’insapona con calma. Forse nel pomeriggio potrebbe andare a vedere una mostra. E’ l’ultimo giorno disponibile prima che chiuda i battenti; Lea ha sempre rimandato ma l’ultimatum sta per scadere. Il progetto e il bagno la rinvigoriscono e le spolverano la pigrizia di dosso. Una spalmata generosa di crema l’idrata e l’accarezza. In fondo basta poco per riacquistare energia: un bagno profumato, un’idea per colorare il pomeriggio e il gioco è fatto.

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Sabato mattina.

L’hanno assunto. Suo figlio non sperava in una comunicazione così tempestiva. Invece pare abbia fatto ottima impressione ai manager della società romana presso la quale ha sostenuto un colloquio esplorativo qualche settimana fa. Rientrerà in Italia e potrà anche terminare gli studi universitari interrotti per affrontare l’esperienza lavorativa londinese. Ora, non è che Roma sia proprio dietro l’angolo e lo stipendio è purtroppo inferiore all’attuale: due dettagli, in realtà. I treni veloci permettono spostamenti rapidi e a prezzi ragionevolmente contenuti e il costo della vita nel Regno Unito è ben più alto. Lea è raggiante. Il nuovo datore di lavoro ha segnalato al ragazzo un paio di contatti per trovare a breve un piccolo alloggio all’insegna del non troppo – non troppo grande, non troppo scomodo, non troppo caro – per cui, a breve, scatterà l’operazione rientro. Unico inconveniente, nell’immediato niente vacanze; salta così il viaggio nell’Europa nel nord programmato da tempo. L’occasione però è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Lea ha sentito al telefono il padre del ragazzo e insieme hanno commentato soddisfatti quest’ulteriore tappa nella vita del loro primogenito. E’ in fibrillazione; il telefono squilla di continuo e gli sms non si contano. Fortuna che ha appena sottoscritto una tariffa agevolata ….

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Giovedì pomeriggio.

Saldi, saldi, saldi. Lea non è un’accanita frequentatrice dei saldi stagionali a causa di un’innata incapacità di scovare le occasioni migliori. Alcune amiche sono delle vere fuoriclasse in materia; clienti abituali ed assidue anche di mercatini e bancarelle, acquistano ottimi prodotti a prezzi scontatissimi. Sarà questione di fiuto, di attenzione, di estro, non si sa. Quel che è certo è che le signore in questione riescono in quel che per Lea risulta da sempre complicato: trovare l’Occasione! La sua strategia si orienta verso altri metodi. Punta un capo – che le piace ma non le è indispensabile – durante la stagione del prezzo pieno e tenta l’acquisto in saldo, mesi dopo. A volte la fortuna l’assiste e trova la taglia giusta senza fatica, magari ripiegando su di un colore differente rispetto alla prima scelta. Altre volte, specialmente quando il capo ha un costo importante, si deve accontentare di un lieve ribasso sul prezzo d’origine. Oppure, in periodo di saldi, acquista un evergreen, uno di quei capi basici nel guardaroba di una donna: camicia bianca, blazer blu, abito a tubino, maglione classico. E’ vero che molti negozi non saldano questi articoli, ma un piccolo sconto in periodo di saldi non si nega a nessuno. Lea tenta anche di avventurarsi in negozi più costosi di quelli che frequenta abitualmente: uscirne con una busta colorata e un acquisto è una soddisfazione impagabile!

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Martedì mattina.

“Signore, io sono Irish, quello che non ha la bicicletta”. La canzone dei New Trolls che tanto ama, le ritorna in mente ogni volta che inforca la sua due ruote. Lea predilige altri mezzi di locomozione, ma qualche volta si sente in dovere di dedicare tempo e fatica alla sua bicicletta. Nera, corredata di cambio e cestino in metallo nero sottile, è una classica bici da città. Lea se l’era regalata qualche anno fa, convinta che l’utilizzo avrebbe giovato al suo tono muscolare e al suo umore. E in effetti così sarebbe stato se l’avesse usata con costanza. Purtroppo invece la pigrizia ha avuto il sopravvento (senza esagerati sensi di colpa, per fortuna). Ogni tanto però un giro lo fa volentieri. Percorre, pedalando tranquilla, i viali che delimitano il centro città. Si ferma all’edicola del parco, acquista un mensile patinato e glamour, si concede un muffin e un succo di frutta al piccolo chiosco color lavanda. Non si sente proprio a suo agio, in realtà, quasi che queste passeggiate senza una meta o uno scopo siano un lieve oltraggio al dovere e alla fretta. Chissà perché. Ad ogni uscita, che tutto sommato la soddisfa, si ripromette sempre di utilizzare la bicicletta più spesso, che può farle solo bene. Ma tra il dire e il fare, scorrono oceani.

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Lunedì notte.

Lea non riesce a prendere sonno. A nulla sono serviti, nell’ordine: una tisana rilassante, una doccia tiepida, venti pagine di libro, cinque minuti sul balcone al fresco, la compilazione meticolosa della lista delle commissioni da sbrigare l’indomani – che si preannuncia molto vicino – qualche maldestro tentativo di testare l’efficacia di tecniche di rilassamento varie. Nulla. Il sonno non arriva. La testa si fa pesante e ingombra di pensieri che sfiorano veloci ogni genere di argomento: figli, lavoro, salute, spese, vacanze, viaggi, l’ultima chiacchierata con un’amica, l’ultimo battibecco con un collega. Si arrende e si alza di nuovo. Comincia a vagare da una stanza all’altra in cerca di … sonno. Da qualche parte si sarà ficcato! L’idea di accendere il televisore la tenta, ma rinuncia. Un analgesico? Non ha mal di testa. Ha solo un incudine che le fa da copricapo. Non è abituata ad assumere farmaci che inducono il sonno e, in ogni caso, non ne possiede. Un’altra doccia, un altro bicchiere d’acqua fresca. Poi si accomoda senza speranza a letto, la testa su tre cuscini impilati. E così, pian piano, sente le palpebre appesantirsi. Domani avrà male al collo, già lo sa, ma non osa muoversi.  Il sonno arriva, finalmente, faticosamente …

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Giovedì mattina.

Sotto al tergicristalli, sul parabrezza dell’auto, Lea ha trovato un dono: un minuscolo iris blu cielo, striato di sfumature bianche. Da parte di chi, non sa. Si è guardata attorno, nell’inutile speranza che l’autore del gesto gentile fosse ancora nei paraggi, in attesa di cogliere la sua reazione. Ovviamente nel parcheggio  – dove è solita lasciare l’auto quando ha riunione in casa editrice – ci sono parecchie persone, intente a far tutt’altro che non a tener d’occhio lei. Un errore? Uno scambio di persona/auto? O quel piccolo fiore è stato colto proprio per lei? Lea vorrebbe gestire la faccenda con maggior disincanto e freddezza, ma non riesce.  Possibile che sia ancora così fragile e romantica? Ma soprattutto, è un problema esserlo? Quante domande, per lo più inutili. La realtà è che si sente rinfrancata e allegra: non ha nessuna intenzione di indagare oltre. Preferisce credere al gesto gentile di uno sconosciuto ammiratore.  Fa tanto commedia sentimentale, ma funziona alla grande come ricostituente per l’umore.  Di sicuro non ha sepolto sentimentalismi e romanticherie, ma deve offrire loro maggior spazio d’azione. Consentire al suo quotidiano di arricchirsi di quel qualcosa in più che tanto bene fa alla salute: l’amore, un amore.

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Martedì pomeriggio.

Lea si è addormentata al sole. Nessuno scenario da favola o da cartolina illustrata: semplicemente si è portata sul balcone qualche rivista da sfogliare e, complice una poco romantica digestione complicata, si è assopita. Peccato non se ne sia accorta; peccato fosse in canotta e calzoncini; peccato che il cono d’ombra che la proteggeva si sia allontanato in fretta. Risultato: risveglio stralunato e … scottato. Spalle e ginocchia sono di un bel color corallo (colore di moda, per carità) e bruciano, bruciano tanto.  Quest’anno non può far conto sull’abbronzatura basica con cui affrontava ogni estate perché non si è regalata le provvidenziali docce solari che le hanno sempre permesso – in passato – di affrontare il sole vero senza rischi; tra l’altro non contava di incontrarlo a breve, il sole vero.  Il tempo delle vacanze è ancora lontano e la sua pelle è – era – color inverno. Ha in casa, per fortuna,  una pomata speciale dono di un’amica. Un unguento  pseudo miracoloso che dovrebbe essere efficace per più di un inconveniente dermatologico. Se ne spalma  un’abbondante dose su spalle e ginocchia e il sollievo è  immediato o quasi.  Un bicchierone di tè fresco alla menta collabora alla ripresa.  E’ andata così, succede ….

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Domenica pomeriggio.

E’ nata. La scorsa notte è nata la bimba di una coppia di giovani amici. Lea lo ha appena saputo e ne è compiaciuta e commossa. Una creatura che si affaccia al mondo porta sempre con sé sorrisi e pensieri positivi. Immagina l’emozione del neo papà, quel sentirsi disorientato e felice che ubriaca appena appena, come qualche calice di bollicine. E pensa alla soddisfazione della neo mamma, che ha appena terminato un compito meraviglioso e faticoso insieme e si appresta, una volta dimessa dalla clinica – confortevole  zona neutra – ad affrontarne un altro. Crescere la creatura. Non sarà sola; la coppia è affiatata e collaudata e il progetto di un figlio era accarezzato da tempo. Nessuna sorpresa quindi, ma quell’ansia naturale di chi si trova di fronte ad un impegno importante.  Atteso e desiderato ma  in fondo, sconosciuto. Lea ripensa alla nascita dei suoi figli: sono passati molti anni ma i ricordi di quei momenti – così uguali e così diversi fra loro – non si affievoliscono col tempo. Ora è tardi per essere di nuovo mamma: l’anagrafe e la medicina dicono il contrario ma le circostanze (e le stelle) non sono a favore. Ed è presto per avere nipoti (o comunque  conta di avere almeno un lustro di attesa). Sarà presente, accanto, un’amica disponibile per qualsiasi evenienza, che si tratti di consigli o di aiuti last minute, da sempre la sua riconosciuta e indiscussa specialità.

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 Sabato mattina.

Un’auto nuova forse ci vorrebbe. La piccola utilitaria di Lea ha spento da poco le dodici candeline; è ben tenuta ma ha una quantità di chilometri da fare invidia ad un collezionista. Certo, qualche  graffio non manca: sono rughe, segni dell’età e … della distrazione.  Lea ha acquistato una rivista di settore, l’ha sfogliata, ha letto qualche articolo, consultato più di una tabella, ammirato carrozzerie colorate. Ma non è scattato il colpo di fulmine, quell’emozione che scatena il desiderio, la voglia di possedere.  Più di un modello farebbe al caso suo.  Ha necessità di un’automobile di dimensioni medie – non troppo piccola ma neppure importante – che abbia il cambio automatico e consumi ragionevolmente contenuti. Diciamocelo, per  Lea le auto si distinguono in piccole e grandi, chiare e scure. Nel senso che l’argomento non l’appassiona più di tanto, né se ne intende.  Ad essere sinceri, l’acquisto dell’auto attuale era stato condotto dal suo ex marito, sia pure frutto di una scelta condivisa da entrambi. Forse anche per questo motivo fatica ad affrontare il pensiero di una sostituzione. Chissà. E poi, tutto sommato, la sua piccola auto funziona ancora a dovere: il meccanico, ad ogni tagliando, la congeda con un incoraggiante “non la cambi signora, non la cambi, dia retta a me!”

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Venerdì pomeriggio.

Oggi ha ricevuto un invito: a settembre una sua cara amica si sposerà.  Più o meno sua coetanea,  si è decisa – si sono decisi – ad ufficializzare una relazione ormai decennale.  Niente figli, solo il desiderio di consacrare un progetto di vita collaudato e felice. Sarà la testimone della sposa e dovrà anche leggere una poesia. Richiesta, quest’ultima, che già le crea ansia, nonostante non sia riuscita a declinare gentilmente. Lea sa bene di avere la lacrima facile ai matrimoni, anche a quelli ai quali si trova a presenziare per caso, di passaggio. Si commuove, le tremano la voce e le mani, arrossisce in volto.  Parlare in pubblico non le ha mai creato problemi;  fin dai tempi delle assemblee scolastiche non si lasciava sfuggire la possibilità di intervenire e dire la sua. Poi ci sono state le occasioni professionali, durante riunioni e convegni. Pacata, serena, lucida, Lea riesce sempre a dominare le emozioni e anche  a sostenere con efficacia un contraddittorio acceso. Ma l’idea di dover leggere durante un matrimonio è un’altra cosa. Ha sempre evitato di farlo, solo che stavolta non può sottrarsi. La sua amica ci tiene moltissimo, lo considera alla stregua di un regalo di nozze e non vuole deluderla. Si eserciterà  e sosterrà la prova. E se ci saranno lacrime – tanto già lo sa che ci saranno – pazienza. La sua voce sarà tremula e inceppata ma sincera e amorevole:  come al solito, più del solito.

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Mercoledì mattina.

Era felice. La scuola, tra poco, chiuderà i battenti e la sua ragazza tornerà  per le vacanze estive. La casa si riempirà della sua voce,  della sua musica, degli amici.  Ci saranno cene allegre e uscite per shopping compulsivi, chiacchierate notturne e qualche inevitabile battibecco.  E un fantastico disordine.  Peccato che – inattesa notizia – la fanciulla abbia cercato e ottenuto un lavoretto estivo presso una nota catena d’abbigliamento, sempre a Firenze. Da luglio a settembre venderà abiti e magliette, jeans e collane. E’ al settimo cielo e glielo comunica con tutto l’entusiasmo che ha. Lea è delusa e soddisfatta insieme. Certo, sapere che sua figlia sia così dannatamente matura e saggia la riempie d’orgoglio; difficile però dissimulare il dispiacere di non averla di nuovo accanto, tutta per sé.  Riflette: guadagnerà e si sentirà indipendente; sarà il primo vero lavoro della sua vita e se ne ricorderà per sempre. E’ una buona notizia, è una buona cosa. Non può che complimentarsi con lei.  Ricaccia la delusione in fondo allo zaino (ma quanto pesa – a volte – lo zaino?) e cerca il positivo, come sempre. Resta il mese di giugno: un intero mese tutto per loro. Taccuino alla mano, stila un elenco (una lista) di “cose da fare Insieme”.  Che poi, magari, ci scappa pure una settimana al mare o un week end lungo in una capitale europea.  Ora deve uscire, è tardi: Lea si specchia, si pettina e sorride al suo sorriso.

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Martedì pomeriggio.

Per sei mesi Lea avrà compagnia. Sua figlia le ha proposto di ospitare una studentessa islandese Erasmus  che arriverà in Italia col prossimo autunno.  Sa che ha poco più di vent’anni e ha visto la foto: alta, capelli biondi alle spalle e inattesi occhi marroni. E ha un sorriso simpatico e diretto, che illumina la fotografia. La sua ragazza l’ha conosciuta la scorsa estate durante una vacanza a Minorca e sono rimaste in contatto.  All’inizio Lea era dubbiosa: un’estranea in casa e per un periodo così lungo? E se poi non fosse simpatica? O avesse abitudini troppo differenti dalle sue?  E poi si tratta di rinunciare per un semestre alla camera di sua figlia, che peraltro, ovviamente, non ha nulla in contrario. Divideranno gli spazi nei fine settimana in cui tornerà a casa da Firenze e dalla scuola; o, meglio ancora, si sistemerà nella stanza del fratello. Pure lui è d’accordo. Una coalizione insomma. Contro di lei o per lei, ancora non lo ha capito. Certo, Lea sa che i suoi figli non sono felicissimi all’idea di saperla sempre a casa sola.  E ha anche poco tempo per decidere, perché la nordica studentessa ha necessità di una risposta veloce. Non frettolosa, ma veloce. Detto, fatto. Lea archivia i dubbi e accetta. Dovrà ripassare l’inglese parlato perché con i fogli stampati dei testi che traduce non si fa conversazione …

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Lunedì mattina.

L’hanno comprata qualche anno fa, rigorosamente usata. E’ una Vespa color verde acqua, di piccola cilindrata. Durante la stagione fredda staziona nel garage, chè Lea proprio non ci pensa di affrontare la città così allo scoperto. Riappare coi primi caldi, quando un giubbotto antivento è sufficiente a garantire un’adeguata protezione. In realtà, prima che partissero, era di assoluto uso e consumo dei  ragazzi che la utilizzavano a turno – non senza qualche bisticcio –  per uscire con gli amici la sera, in centro. Ora Lea ne è tornata in possesso e ne approfitta. A volte si chiede se non sia un po’ troppo giovanile come mezzo di trasporto: gli anni passano e ormai è una signora. Ma il pensiero, così come è arrivato, fugge via veloce. Casco nero in testa, occhiali da sole e un po’ di nonchalance, affronta il traffico con energia e buonumore. Niente code, parcheggi facili e comodi, andatura tranquilla da passeggiata relax, snocciola le commissioni della giornata. Certo, niente spesa importante e ingombri voluminosi e niente abiti troppo eleganti: la Vespa è per quella Lea – sempre fanciulla, vivace e divertente – che spesso riaffiora, che saluta con la mano, che canticchia sottovoce senza farsi sentire …

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Sabato pomeriggio.

Non ha trovato posto: le strutture alberghiere registrano il pienone e il suo ex marito non è riuscito a prenotare. Di ritorno in Italia – la meta è Milano – per un congresso a cui si è iscritto all’ultimo minuto, le ha domandato  ospitalità. Lo ha fatto con una telefonata, parole e voce pacate e serene. Come se fosse la richiesta più scontata del mondo. E no che non lo è. In ogni caso Lea ha subito acconsentito. Che altro avrebbe potuto fare o dire? Trovare una scusa? Ma quale? La casa è grande e le camere dei ragazzi più o meno sempre libere.  Sono passati molti anni  e tante cose sono accadute nel frattempo.  Non nutre rancori o rimpianti. E’ solo a disagio, col cuore in subbuglio e gli occhi a rivedere scene accadute, stile trailer di un film.  Piccolo particolare, il film racconta la storia della sua vita. Il pensiero che la richiesta nasconda  il tentativo di un riavvicinamento non la sfiora – anzi, forse la sfiora solo un attimo e poi si dilegua – che davvero è un’ipotesi non calcolata e non calcolabile. Impossibile però frenare il desiderio di farsi trovare impeccabile, dentro e fuori.  E’ il momento di qualche acquisto modaiolo e di una nuotata in più in piscina. Ha due settimane di tempo  per organizzarsi e provvedere. Anche per ripassare la regola che vale sempre:  illuminare lo sguardo, allenare i sorrisi …

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Giovedì mattina.

Un’amica l’ha invitata a trascorrere un paio di giorni (forse tre) in montagna. Un pretesto per chiudere la stagione invernale ed inaugurare quella estiva. Premesso che Lea adora il mare – caldo, sole, ozio – e la montagna non è di sicuro la sua prima scelta – freddo, sole forse, passeggiate stancanti – è comunque tentata. Qualche giorno lontano dal solito, dai soliti, non è una cattiva idea. Il piccolo alloggio già lo conosce: è accogliente e profumato, invita alla lettura e al relax. Forse ci scappa pure un pomeriggio alle terme; come dire di no? Certo, occorre accantonare il quotidiano per un po’ ed … allontanarsi. Non ha mai avuto, prima, problemi a partire, viaggiare, muoversi, vicino o lontano che fosse. Questo cambio di stagione però, così maldestro e capriccioso, le ha tolto parecchia energia. Si ritrova colma di no e di se e di forse. Indecisa, che esserlo le appartiene poco davvero. Forse è un momento, forse passerà. Con metà mente compila la lista di quel che occorre per riempire la borsa da viaggio; con l’altra metà, stila un elenco di buoni motivi per rifiutare l’invito. Vince il fare, come sempre. Un paio di telefonate per organizzare l’organizzabile; figliolanza avvisata; impegni di lavoro rimandati. Che poi qualcosa si può sempre fare anche lontano da casa. Tablet docet.

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Mercoledì pomeriggio.

Generosa, è generosa. Non sempre Lea accontenta chi tende la mano in strada ma non si è mai sottratta alle richieste dei vari enti benefici che la contattano, sia pure con modesti versamenti periodici. Lo scorso anno però ha conosciuto un’associazione che si occupa di adozioni a distanza ed è stato un colpo di fulmine. Così ha pensato di riunire le sue elargizioni di beneficenza in un unico importo mensile destinato ad un bimbo dell’America Latina. Ha sei anni, un visetto paffuto e sorridente, riccioli scuri e occhi lucenti. Lo sosterrà negli studi e contribuirà a garantirgli una vita meno complicata dell’attuale. Ha un papà, una mamma e tre fratelli più grandi ma non troppo: glielo ha scritto il sacerdote che coordina le attività di sostegno a distanza. A Natale è anche arrivata una letterina di auguri in portoghese (e relativa traduzione), un disegno a colori e una fotografia.  Lea non ne aveva parlato a nessuno, nemmeno ai ragazzi; ha mostrato loro lettera e fotografia a cose fatte.  La busta è passata di mano in mano, più volte. Sorrisi e un velo di emozione compiaciuta l’hanno rassicurata immediatamente: sono sorpresi ma orgogliosi della sua iniziativa. Di certo, tra poco, un nuovo portaritratti campeggerà accanto agli altri, sul piccolo tavolo del salone.

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Domenica sera.

I suoi ragazzi sono tornati dal viaggio americano e prima di riprendere la consueta vita, hanno fatto tappa a casa per qualche giorno. Poi, lei tornerà in Toscana, alla scuola orafa,  e lui se ne andrà a Roma per verificare un’opportunità di lavoro che potrebbe consentirgli di rientrare “in patria”. Non che a Londra viva male, anzi.  Ma Lea ci conta: la capitale non è dietro l’angolo ma è pur sempre in Italia. Il suo essere evoluta e moderna ha spesso cedimenti quando l’ argomento sono i suoi figli. Predica ali attrezzate per volare lontano, più in teoria che in pratica; razionalmente comprende, ma le emozioni percorrono sentieri differenti. La casa in questi giorni è tornata rumorosa e caotica,  popolata da voci e musiche e parole. I ragazzi sono calamite per amici e amiche che vanno e vengono, entrano, salutano, bevono, chiacchierano, si sfamano, escono, ritornano, si accomodano, risalutano, abbracciano. Verbi transitivi e non, che si succedono senza soluzione di continuità. Lea ha finto di mantenere gli impegni assunti in precedenza. In realtà, ha cercato di esserci il più possibile, per ossigenarsi di figliolanza. Declinata la proposta di una pizzata finale in un nuovo locale del centro, i ragazzi hanno preferito una cena a casa, loro tre e basta. A chiacchierare, davanti ad una carbonara doc.  Lea è felice.

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Mercoledì pomeriggio.

Una cena per pochi amici, massimo cinque. Il vecchio fratino che ospita  libri e foto nell’ingresso non consente la seduta comoda a più di sei persone e Lea non ha altri tavoli, cucina a parte. Lo sposterà in salone, davanti alla finestra, che sia benedetto di luce. Qualche sera fa le sono capitati tra le mani biglietti di auguri (di quando ancora si spedivano auguri) ricevuti da amici lontani. Ha pensato di ritrovarli, riunendoli a cena. Non si conoscono fra loro e proprio per questo l’idea l’ha attratta. Così li ha invitati, informandoli del particolare: hanno accettato, tutti. Adesso qualche dubbio l’attraversa. In cuor suo non immaginava – forse – un’adesione di massa. E invece le pronte risposte ricevute l’hanno smentita. Sbocceranno nuove conoscenze e conversazioni a sorpresa, che raccontarsi a sconosciuti è sempre emozionante…  Ha un paio di settimane per organizzarsi al meglio, menu e dettagli. Non una cena sontuosa, nemmeno troppo frugale però. In fondo un pretesto per rivedere e riascoltare, di persona e a viva voce.  Preparerà anche un centrotavola fiorito, come insegna la migliore tradizione. E la tovaglia sarà bianca, ricamata, di lino, da troppo tempo inutilizzata. Timore ed entusiasmo saltellano nei suoi pensieri ma vince il secondo, sul filo di lana.

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Lunedì mattina.

Ha deciso: s’iscriverà ad un corso di fotografia. Dove troverà il tempo – e il denaro – per quest’ulteriore impegno, è un interrogativo che per ora non si pone. Lea possiede una macchina fotografica un po’ datata ma ancora valida; ha anche un paio di compatte, eredità dei figli (che le hanno abbandonate dopo aver ricevuto in dono dal parentado nuovi modelli). E’ una creativa e non le manca l’estro dello scatto speciale, dell’inquadratura originale. Non ama le foto panoramiche: si concentra sui particolari, sui dettagli; che poi gli amici inesperti le chiedono “ma che foto è”. Difetta invece sulla tecnica.  Non è proprio assoluta la verità che le automatiche facciano tutto da sole.  O meglio, si può  fare,  ma vuoi mettere la soddisfazione di fotografare in manuale?  Vorrebbe anche padroneggiare meglio i software di fotoritocco e archiviazione sui quali già pasticcia in modo artigianale. Un corso on line o in aula? Scarta i primi: troppo impersonali e asettici e poi si dovrebbe autonomamente ritagliare i tempi di frequenza, pregio e limite della didattica  web. Meglio un corso in aula, presso la sede di una Società Fotografica locale:  cadenze fisse, condivisione, possibilità di nuove conoscenze.  Perchè si sa, da cosa nasce cosa…

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Sabato pomeriggio.

Il primo gelato della stagione. Vero che ora se ne trovano durante tutto l’anno, mentre tempo fa il gelato d’inverno era improponibile, come al mare la maglietta della salute e le calze di lana. Ma Lea quest’anno non ci aveva ancora pensato, al gelato.  Questo pomeriggio, girovagando nel parcheggio – che chissà mai perché le auto nei parcheggi sembrano giocare a nascondino e non si fanno mai trovare – ha scorto, poco lontano, una piccola folla in coda alla gelateria. Memorizzato il posto auto, ha deciso per una deviazione temporale e si è concessa un cono e una panchina. In genere preferisce i gusti alla frutta, più freschi e dissetanti, ma per il primo gelato dell’anno ha scelto la classica coppia crema cioccolato.  Morbida e dolce, perfetta per colmare eventuali (latenti) carenze d’affetto. Appoggiata alla panchina, rilassata, l’ha gustato con piacere infinito, la cialda croccante a completare l’opera. E’ proprio vero: spesso i piccoli piaceri sono facili e a portata di mano. Ormai la stagione è quella giusta – intemperanze metereologiche a parte – e la gente passeggia volentieri nel verde del parco. La fontana è ancora muta ma sarà questione di giorni e pure lei sboccerà. Peccato si sia scordata di esprimere un desiderio: era o non era il primo gelato della stagione?

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Venerdì mattina.

Pioviggina. Poche gocce ma accompagnate da aria fredda e umida. Il traffico in centro è intenso: le auto in coda frenano, avanzano di poco, rifrenano. Ci vogliono mille occhi per guardare ovunque. Ciclista ondeggiante con ombrello, nonno e nipotini indecisi sulle strisce pedonali, portiere aperte all’improvviso da auto in sosta, manovre complicate e tortuose che bloccano la fila. Lea ha addirittura spento l’autoradio per evitare distrazioni. La sua piccola utilitaria è dotata di cambio automatico che in queste situazioni è una vera panacea. Anche in altre, in realtà: non potrebbe davvero più farne a meno. Finalmente un rettilineo sgombro permette un minimo di velocità e le auto filano via veloci, una dietro l’altra. Sfreccia ma coglie con lo sguardo un anziano signore fermo poco oltre il marciapiede col dito pollice alzato. Sì, sta davvero facendo l’autostop. Ha un impermeabile chiaro e un cappellino in testa. Lea non riesce a fermarsi perché la scena le si presenta davanti agli occhi all’improvviso e non ha scelta. Tra l’altro, avesse anche potuto, si sarebbe fermata? Non sa, è perplessa. Per abitudine non carica sconosciuti in automobile, ma quel vecchietto … L’immagine le resta incollata agli occhi per tutta la mattina, insieme ad un vago senso di colpa. Chissà se poi qualcuno si è fermato.

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Martedì mattina.

Ogni giorno, ovunque si trovi, Lea acquista il Suo giornale. E’ un quotidiano che legge da sempre – già lo leggeva la sua famiglia – e al quale è affezionata. Lo sfoglia dalla prima fino all’ultima pagina e poi lo riprende, con calma, dall’inizio. Scorre i titoli e si concentra sugli articoli che le interessano: il fondo, le pagine di politica e un po’ di cronaca; gli spettacoli e le recensioni di film e libri. Un’occhiata allo sport e una più attenta lettura delle pagine locali dedicate alla città in cui vive. Spesso gli articoli di cronaca sono crudi (e i fatti descritti, crudeli) e la costringono ad interrompere prima della fine. Che da qualche anno è diventata più fragile e ha la lacrima facile.  Pensa ai ragazzi lontani e si augura che il loro angelo custode li protegga sempre e ovunque. La politica l’ha sempre attratta e se ne interessa con passione. Da ragazza aveva anche avuto, per un breve periodo, un ruolo attivo in un circolo della sua città. Ora invece si accontenta di seguire le vicende politiche leggendo articoli e seguendo trasmissioni televisive. Conserva le copie dei quotidiani per una settimana intera, poi se ne disfa. In un cassetto ne custodisce una legata ad un momento speciale, da ricordare: il primo numero del nuovo millennio.

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Lunedì pomeriggio.

Non lo ammetterebbe mai  in pubblico – a volte lo nasconde anche a se stessa – ma capita che Lea si senta sola. Ha un nutrito gruppo di Amiche,  variegato e  fedele, sul quale può contare in ogni frangente. Le ama  profondamente, così diverse  ma ognuna a suo modo indispensabile. Si ritrovano spesso per occasioni culturali, per una pizza o un sushi, o anche solo per un tè e biscotti. Partono con lei per un fine settimana fuori città, sono le confidenti  top secret o le compagne ideali di shopping compulsivo. La sua casa, per  le Amiche, è sempre aperta;  il suo telefono, acceso. Le ha fatte conoscere fra loro, facendo nascere così amicizie nuove.  A volte – quando per i motivi più vari non viene coinvolta – è  un poco gelosa,  ma di una gelosia innocente e passeggera.  Le Amiche hanno vissuti e mondi differenti  ma la maggior parte ha un marito o un compagno.  Forse sono meno libere e meno appagate di Lea e non è detto che non si sentano mai sole. Però la loro casa è rumorosa e sono ufficialmente amate. E quelle che sono single di ritorno, proprio come lei,  sono più disinvolte in campo affettivo e più decise ad averlo, un amore.  Lea non lo cerca disperatamente.  Non ha strategie, attende.  Sa che se e quando una coccinella si poserà sulla sua mano sarà pronta ad accoglierla e a proteggerla da tutto e  tutti.

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Domenica mattina.

Il momento della spesa è, per Lea, piacevolissimo. Ogni giorno acquista in un piccolo negozio sotto casa il minimo indispensabile alla sua sopravvivenza e le urgenze. La domenica mattina invece la dedica alla “spesa grande”. Da poco hanno aperto nella sua città un noto supermercato che commercializza prodotti di qualità; forse i prezzi non sono così convenienti come altrove, ma la bontà della merce li compensa. Armata di carrello, di lista compilata a mano – che il suo essere tecnologica soccombe, in argomento liste –  e di una sporta enorme di tela gialla (più uno zaino di pazienza caricato sulle spalle) dà inizio al lento slalom fra gli scaffali. Doveroso il rispetto della lista senza sgarri, pena conto deflagrante e viso tra l’attonito e lo sgomento alle casse. Lea si rende conto che occuparsi della spesa di domenica rallenta il processo di restituzione del giorno festivo all’esercito delle commesse, ma accantona il senso di colpa e si appropria di un momento che vive come una sorta di terapia rilassante. Aggirarsi tra la merce esposta, controllare ingredienti e scadenze, spuntare mentalmente l’elenco dei prodotti in lista, le regala un inspiegabile senso di pace. Da sempre l’argomento spesa è fonte di discussione allegra con le Amiche che, al contrario, lo detestano. Ma a Lea non importa e alla sua omeopatica cura domenicale, non rinuncia.

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Mercoledì mattina.

A volte le rivoluzioni nascono da un dettaglio. Lea è pronta per una rivoluzione luminosa che le metta a soqquadro l’esistenza. O forse no, non ancora. Cominciamo dall’inizio, cominciamo dalla testa. Cambiare taglio di capelli non è una decisione facile da prendere; ci si accomoda su certi non-tagli pratici che finiscono con l’appartenerci, come il profumo che si indossa e diventa con gli anni il nostro “odore”. La media lunghezza poi è sinonimo di praticità: lisci, mossi, con coda,  frangia o ciuffo a seconda delle esigenze e delle occasioni. Una comodità irrinunciabile insomma, che consente a Lea un’autonoma e rapida gestione. Ora però ha – quasi – deciso per un rivoluzionario taglio corto – non cortissimo, corto – da inaugurare con la stagione estiva. I suoi capelli castani hanno una buona consistenza e facilmente si adattano alle diverse acconciature. Lea ha esplorato decine di siti web che propongono tagli moderni e accattivanti; decidere però è complicato. E poi il viso delle modelle, si sa, si adatta alla perfezione a qualsiasi look. Unico rimedio: farsi consigliare da un parrucchiere esperto. Per una volta potrà anche concedersi il lusso di un coiffeur titolato, che sarà mai!?! Cerca il numero, telefona e voilà, taglio prenotato …

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Martedì pomeriggio.

Sul balcone che guarda la strada, seduta sullo sgabello di legno, Lea si regala un tè freddo e si perde. Pensa alla stagione calda che si avvicina, alle vacanze, alle traduzioni che ancora deve consegnare, ai conti che ancora deve saldare, all’amica che le ha confidato un Problema. Vaga tra un pensiero e l’altro, disordinati nella sua testa. Oltre il balcone, il sole è caldo e i colori ormai accesi: le prime fioriture e i regali del vento che ha sparigliato l’ordine e seminato a caso fogli di appunti e disegni bambini. Forse dovrebbe arredare di piante questo spazio disadorno. Non ha il pollice verde e ad ogni acquisto floreale teme di infliggere sofferenze alle povere, malcapitate creature. Certo, una bella pianta di agrumi sarebbe perfetta nell’angolo più soleggiato ma riparato dalla corrente: un limone forse, o un arancio siciliano. Chissà se sono facili da gestire; chissà se sono costose da acquistare. Deve vedere la sua Amica: al telefono l’ha sentita preoccupata e triste. Potesse, le porterebbe una scatolina di sole avvolta con un nastro lucido. Potesse, riavvolgerebbe il nastro e le risparmierebbe ogni dispiacere. Il bicchiere del tè – verde, con un cucchiaio di miele di castagno  – è vuoto. Lentamente Lea si alza,  rientra e ricomincia.

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Lunedì pomeriggio.

Lea è un’accumulatrice di libri. Li acquista – in libreria ma anche on line, che è troppo bello il momento dell’apertura del pacco – per amore. Di un autore, di un argomento, di una copertina, non importa. Compila con metodo lunghe liste dei desideri da sottoporre solo a se stessa. Li prenota anche, quando legge di una prossima, interessante, uscita. Gli argomenti dei libri che legge sono molto diversi fra loro e vivono, se così si può dire, di fasi cicliche. C’è il periodo romanzi rosa, quello saggi e manuali, quello biografie, quello poesia… Spesso non riesce a leggerli man mano che li acquista e crea infinite pile d’attesa. Poi, pesca a caso o sceglie, in base all’emozione del momento. Non sottolinea mai e se occorre, cede senza sensi di colpa all’impulso di abbandonare una lettura che non la convince. Un acquisto sbagliato capita.  I ripiani  della sua libreria non sono ordinati secondo particolari criteri che non siano quelli cromatici o dimensionali. Di rado e a malincuore li presta o ne prende a prestito: è gelosa dei suoi libri e se le viene proposto un titolo, preferisce l’acquisto. Ha un vezzo: da qualche anno utilizza un ex libris, uno di quei timbri ad inchiostro usati per apporre un contrassegno nella parte interna della prima pagina di copertina. E’ un piccolo sole sorridente, colorato d’inchiostro color pervinca.

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Sabato mattina.

Ci sono amicizie che richiedono innaffiature costanti per sopravvivere; altre che fioriscono rigogliose nonostante distanze di tempi e luoghi. Lea sa bene di possedere sia le une, sia le altre. Che non dipende dai caratteri più o meno facili o dalle vicissitudini quotidiane, né dalla buona volontà. E’ proprio una questione genetica. Ogni amicizia ha la sua mappa, il suo irripetibile dna. Ci sono le amicizie da passeggio, dissetanti e leggere come una sorsata d’acqua fresca; e ci sono le amicizie del cuore, quelle a cui ti appelli in caso di necessità di conforto e consiglio. Non che l’una escluda l’altra, in verità. Poi ci sono le sorellanze: quelle amicizie che reggono bene anche incomprensioni e litigi, e non c’è neppure bisogno di chiedersi reciprocamente scusa. Lea ama i suoi Amici. Le sono stati accanto nei momenti d’allegria e in quelli d’infelicità. Ha un buon carattere ma anche qualche spigolo. Lo sa perfettamente e lo sanno anche loro: ma va bene così. Oggi ha deciso di acquistare dei piccoli doni per ognuno: minuscoli pensieri pensati. Una candela profumata, una crema dopobagno, un quaderno vecchio stile, un’ originale raccolta di ricette, un temperamatite a forma di gatto …  Li consegnerà alla prima occasione, con un’unica tassativa regola:  che non ci sia nessun particolare motivo per farlo!

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Venerdì sera.

Una doccia calda e una veloce spazzolata ai capelli. E’ tardi, ma Lea è tornata a casa da poco. E’ stata una serata particolare, gradevole, inattesa.  A cena con un amico,  il padre di una compagna di liceo della sua ragazza, conosciuto durante gli interminabili colloqui coi professori:  attese lunghe, noiose, in piedi, a conversare di tutto un po’ con gli altri genitori. Si erano rivisti più volte, complici quelle cadenze fisse, ma mai frequentati in altre occasioni; dopo due anni, si sono incrociati in un ufficio pubblico e subito riconosciuti. Un saluto, qualche chiacchiera e l’invito a cena. Lea era titubante, davvero non sapeva se fosse o meno il caso di accettare. Dopo tutto però, che ci sarebbe stato dii sconveniente? E poi lui le aveva parlato di un’uscita easy, giusto per parlare delle ragazze e del presente di entrambi. Ha accettato e non si è pentita. Un leggero imbarazzo iniziale si è subito sciolto nel prosecco di rito. Locale luminoso – niente lume di candela e musiche romantiche, per fortuna – cibo discreto e parole, parole, parole. Anche qualche sana e rilassante risata. Una bella serata, una tantum,  e la compagnia di una persona educata e molto simpatica. Fine.  Detto questo, Lea è soddisfatta e compiaciuta: il suo tubino nero le sta ancora benissimo.

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Mercoledì pomeriggio.

Si è regalata mezza giornata di svago durante la settimana. Non capita spesso a Lea di potersi ritagliare un intero pomeriggio. Il week end si sa, è sacro: niente lavoro se non nei momenti di crisi, creativa o economica che sia; ma durante la settimana lavoro, solo lavoro. Certo, qualche momento di relax è garantito, ma senza esagerare. Questa volta però aveva davvero necessità di staccare e voleva farlo in compagnia. Impresa non facile, visto che tutti i suoi amici, grazie al cielo, hanno un’occupazione. Dopo un rapido  sondaggio (vuoi mai che qualcuno sia in ferie e non sappia cosa fare), ha fatto centro. Una passeggiata? Una mostra? Un film. Lea adora andare al cinema. Non disdegna i film trasmessi in tv ma il grande schermo ha un fascino ineguagliabile. Nell’attuale fase di vita poi, il cinema ha quasi soppiantato nel suo cuore la lettura. Quasi un’eresia a pensarci bene: ma è la verità. La visione di un film la cattura per due ore senza interruzioni, volute o costrette. La catapulta in vite e storie dalle quali si lascia attrarre, coinvolgere, trascinare. E la fantasia vola libera. E’ quasi un’anestesia leggera e senza effetti collaterali. Non che abbia necessità di fuggire dal suo presente, ma questi viaggi virtuali sono appaganti e unici. Si godono un film in costume questa volta, e Lea si perde negli abiti e nei gioielli della protagonista e nel suo favoloso castello a sud dello Yorkshire…

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Venerdì pomeriggio.

Sua figlia è innamorata.  Ha pubblicato su Instagram  le foto  scattate con un gruppo di amici durante una gita sul litorale maremmano.  Il mare d’inverno è una passione che le accomuna, una delle tante. Entrambe amano la fotografia, il cinema, la pittura, l’arte in genere. Non per nulla, dopo il liceo, la scelta è caduta sulla scuola orafa.  Firenze offriva il meglio e Firenze fu.  Abita nell’annesso convitto e sembra  proprio soddisfatta della scelta.  Estroversa e sempre allegra, ha un bel carattere – i suoi bicchieri sono sempre mezzi pieni – e un’infinità di amici. Ma un amore, secondo Lea, ancora no. Almeno sino ad ora. Perché quello sguardo particolare che accende le foto, non glielo aveva mai visto. Peccato non riuscire a capire chi stia guardando (il gruppo è abbastanza numeroso) con quel sorriso speciale.  Magari è un abbaglio; forse sta solo sorridendo per una battuta o un commento.  Lea non ha certezze.  Anzi, una certezza ce l’ha: sa quale sarà l’argomento della prossima telefonata. Si sentono spesso ma non tutti i giorni anche se il quotidiano messaggio della buonanotte è sacro. Dopotutto è ancora una bambina. Un week end a Firenze?  La città merita in ogni stagione e con ogni tempo. E questo fine settimana non si sono viste! Chissà dove è segnato il confine tra una mamma presente e una mamma troppo presente …

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Giovedì mattina.

Che poi se la Primavera porta con sé cielo scuro e pioggia, che primavera è? Lea scosta la tenda per cercare, nel cielo, uno spiraglio di ottimismo. Niente. Occorre una strategia difensiva autorigenerante. Accende la radio – volume discretamente alto – e intitola la sua mattinata “riordino totale”. No, non è  ora del cambio di stagione: queste giornate fredde hanno ancora bisogno di caldi maglioni e piumini leggeri ma protettivi. Però riordinare l’armadio è un’attività che la riconcilia col mondo. Ripiano per ripiano, toglie, impila, sceglie, scarta, ripiega, ripone. Ed ecco allineate file ordinate di maglioncini e pantaloni, giacche e camicie. Una rinfrescata al legno con un prodotto naturale e profumato e via così. Ci vuole un discreto coraggio per eliminare senza ripensamenti abiti a cui si è affezionati, che ci ricordano quella tal volta e quel tal momento. Ma Lea in questo è maestra e non ha tentennamenti. Un po’ più spoglio, il suo guardaroba le permetterà di valutare per bene i nuovi – indispensabili – acquisti. Senza contare la soddisfazione di aver completato un’attività (che comunque prima o poi andava fatta) e utilizzato al meglio un’uggiosa mattinata pseudo primaverile. Pranzo? Un panino imbottito e una lattina di coca-cola. La radio continua ad accompagnare il suo lavoro. Lea canta, stona,  sorride.

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Martedì pomeriggio.

Lea ha sempre creduto agli incontri speciali eppure, ogni volta che le accade, si stupisce con piacere. E’ conscia di possedere empatia. Senza difficoltà interagisce con gli altri,  conosciuti o sconosciuti che siano. Anche per questo motivo non teme di muoversi da sola: uno spettacolo teatrale, una mostra, una conferenza, l’ attraggono anche quando non può condividerli con amici. Sa che, quasi sempre, farà una nuova conoscenza. Oggi pomeriggio ha partecipato alla presentazione di un libro presso la Biblioteca Comunale. Ne ha letto in rete e la incuriosiscono sia l’argomento del romanzo, sia l’autore. Le poltroncine sono in stoffa morbida, comode, accoglienti. Non in prima fila, né troppo lontano da chi parlerà. Predilige le posizioni laterali, vicino ai corridoi (anche in treno, anche in aereo). Si accomoda paziente: già sa che l’evento subirà i canonici dieci minuti di ritardo. Una quasi coetanea le siede accanto e le domanda se conosce l’autore. Lea sorride, risponde, e riformula la stessa domanda. Nasce così una conversazione improvvisata ma interessante. Un monologo, in realtà. Perché anche questa volta, come spesso accade, l’occasionale conoscente la inonda – e non è un disturbo – di particolari della sua vita. Le racconta di sé, insomma, senza reticenze o filtri. E’ piacevole ascoltarla: non interviene, se non per incoraggiare il racconto. L’ha subito riconosciuto: è un incontro speciale.

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Sabato mattina.

Tra meno di un mese i ragazzi partiranno per raggiungere il padre negli States.  Un paio di volte l’anno – la prima in genere in coincidenza col periodo pasquale, la seconda ad inizio autunno – organizzano “il viaggio”.  L’ex marito di Lea vive a Boston da una decina di anni, per la precisione da quando un’irrinunciabile offerta di lavoro ha pian piano separato, amichevolmente separato,  le loro vite.  Un amore,  il loro,  nato tra una lezione universitaria e l’altra e che li ha portati, giovanissimi,  al matrimonio.  Non avevano  molto in comune, lui così sportivo e intraprendente,  lei più riflessiva e pacata: ma si sa, spesso gli opposti si attraggono.  Dire che oggi sono ottimi amici forse è troppo. Di sicuro, tra loro,  nessuna inciviltà. Non si sentono spesso  e quando accade è sempre per argomenti che riguardano il presente e il futuro dei ragazzi:  nonostante la distanza è un padre presente e li raggiunge quando e appena  può.  Certo,  a suo tempo Lea avrebbe potuto seguirlo oltreoceano ma la decisione, posticipata più volte, non è mai stata presa. Si è trasferita nella città di provincia dove vive tuttora, più economica e vivibile,  e i ragazzi le sono rimasti accanto. Ora, cresciuti, vivono purtroppo lontani,  ma tornano, tornano spesso. Tutto facile, tutto semplice, tutto tranquillo. O almeno così le piace pensare.

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Giovedì pomeriggio.

Lea coltiva una vera e propria passione per le spezie.  A dire il vero l’attraggono anche i profumi,  i saponi, le tisane,  gli infusi  e,  in genere,  ogni prodotto naturale. E’ un amore in parte sbocciato molti anni fa, durante  una fase “new age” della sua vita; in parte,  è un interesse che approfondisce ancora oggi ogni qualvolta gliene si offra l’occasione. Si è procurata dei piccoli barattoli di produzione artigianale nei quali conserva le spezie profumate. Le rinnova quando perdono aroma o mutano colore. Non le usa spesso, occorre dirlo. Ma possedere quegli scrigni magici la riempie di orgoglio. Zenzero, curcuma, peperoncino,  pepe di diverse varietà, anice stellato, vaniglia, noce moscata, cannella, cardamomo, chiodi di garofano, paprica. Non ama il curry mentre usa molto spesso il più comune zafferano e non solo per il canonico risotto. Ha letto molto sull’argomento ma anche se conosce le molteplici proprietà curative delle spezie, non ne ha mai sperimentato l’uso fuori cucina. Occorre sapienza e dimestichezza che sa di non avere.  Per ora si accontenta di possedere e di  ammirare.  Predilige  la teoria alla pratica, forte di una sorta di pigra prudenza che la protegge dai rischi ma – sa bene –  può sottrarle entusiasmi  e novità.  In argomento spezie, of course.

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 Martedì mattina.

Che peccato!  Ieri Lea, contrariamente al solito, si è addormentata presto. In genere – com’è tipico di chi ha pressione bassa – carbura meglio la sera. La mattina fatica sempre un poco a mettersi  in pista, mentre la sera è lucida e grintosa.  Invece,  proprio questa volta, è crollata. Proprio ieri sera, che suo figlio avrebbe voluto farle una sorpresa: grazie ad un complicato puzzle di coincidenze tra voli e treni,  è tornato a casa verso mezzanotte. Lea s’immagina  la scena persa: stupore, un abbraccio, una spiegazione, una tisana calda da bere insieme. Invece solo stamattina  il borsone nell’ingresso l’ha avvisata dell’arrivo serale.  Il suo ragazzo non l’ha voluta disturbare e si è infilato in camera sua silenziosamente. O forse no, ma in ogni caso Lea non l’ha sentito arrivare. E’ felice comunque dell’improvvisata anche se ora è meglio lasciarlo dormire tranquillo. Ripensa ai giorni – lontani – in cui c’erano i baci della buonanotte (mai le favole,  consuetudine non prevista) e il rimboccare le coperte e il “dormite che è tardi”. Ora i ragazzi sono grandi, quasi grandi. E autonomi, quasi autonomi. Gli preparerà una super colazione. Ovviamente nel frigo manca il latte, non ci sono uova  e i biscotti in dispensa non sono tra i suoi preferiti.  Qual è il problema? Un salto al negozio più vicino e il gioco è fatto.

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Domenica mattina.

Stamattina, riordinando casa, Lea si è trovata per caso tra le mani vecchie fotografie. Erano rintanate in un cassetto,  pomposamente definito dai ragazzi “cassetto dei documenti”. In realtà, il luogo in cui  viene riposto qualsiasi foglio, fattura, bolletta, ricevuta che richieda un’archiviazione. Una specie di zona franca nella quale i documenti stazionano  (settimane, spesso mesi) in attesa della sistemazione definitiva. Le foto risalgono alla cerimonia di laurea di suo figlio. Ormai gli scatti sono digitali e gli album, pure. Ma in quell’occasione non aveva resistito alla tentazione/desiderio di far stampare le immagini meglio riuscite. Pensava di esporle – dopo aver trovato il portaritratti giusto – accanto ad altre, in salone. Invece sono rimaste, tranquille, nel cassetto dei documenti. Che poi, chissà se il suo ragazzo avrebbe gradito l’iniziativa. Ma da cosa nasce cosa. Lea, abbandonata l’aspirapolvere al suo destino (un angolo della cucina), si lascia tentare dalla nostalgia di rivedere le foto di famiglia. Vecchi volumi foderati di carta sottile o pelle lucida che raccolgono fotografie scattate molti, molti anni fa. Seduta a terra, gli album sparsi sul pavimento, ripassa luoghi, visi, istanti, archiviati ma non per questo dimenticati: riposti, dove e come si conservano i ricordi felici, in un luogo sicuro della memoria.

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Giovedì mattina.

Oggi non è una giornata nata bene. Lea si è svegliata di malumore: un malessere vago, sottile, che l’attraversa tutta;  ha zittito la sveglia e si è alzata. Qualche noia di lavoro, un leggero mal di testa che non l’abbandona da un paio di giorni, un fraintendimento telefonico con sua figlia (che poi, chiarirsi via filo è davvero complicato). Niente di irreparabile, niente di catastrofico, ma il buonumore è un’altra cosa. Per osmosi, dovrebbe essere una giornata uggiosa. Invece il cielo è azzurro e il sole, già caldo. Il meteo però questa volta non è una medicina sufficiente a guarire. Forse Lea dovrebbe indagare meglio: probabile che qualcosa si annidi in strati più profondi. Ma è il caso di scavare? I processi di autoanalisi la sfiancano e, in genere,  non risolvono. Si veste “da casa” (jeans e felpa) ed esce. Una colazione veloce al bar sotto casa, senza sedersi  per carità, che non è giornata. E poi supermercato, ufficio postale e banca. Commissioni, doverose commissioni. Non passa, proprio non passa. Si impone di non avvilupparsi in una spirale di malinconia e decide all’improvviso un acquisto che non le appartiene. Un mazzo di fiori, tulipani gialli, per il vaso dell’ingresso. In genere non compra fiori, anche se le piacciono; è un gesto, una spesa,  a cui non pensa mai. Però oggi quel tocco di colore e quel profumo sono un toccasana.  Un benefico sortilegio che le consente  – almeno – di riappropriarsi al volo di un sorriso.

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Lunedì pomeriggio.

Lea non ha mai posseduto un salvadanaio. Non da bimba, nemmeno da ragazza. Non che rifiutasse il risparmio, anzi. E’ sempre stata molto scrupolosa nella gestione del denaro, sia pure senza potersi definire parsimoniosa. Ma quella scatola di legno chiaro le è piaciuta subito. Piccola, lucida, con una minuscola chiave e la fessura sul coperchio; l’ha riposta in un cassetto, che un po’ si vergognava dell’acquisto. Così da qualche mese usa con regolarità il suo salvadanaio e non solo per alleggerire il portafogli dalle monete: infila ogni settimana qualche banconota di piccolo taglio, il resto di una spesa al supermercato, gli spiccioli di un guadagno. Non ha un progetto in mente, né un obiettivo di acquisto. Un fine settimana di relax? Un paio di scarpe modaiole?  Un salvagente per un’emergenza? Chissà. Però oggi non ha saputo trattenere la curiosità di una verifica. Ha cercato la chiave e aperto – e subito richiuso – la scatola. Il contenuto l’ha stupita e soddisfatta. Ora, un salvadanaio che si rispetti andrebbe frantumato al bisogno; forse dovrebbe pure avere la canonica forma di un rubicondo maialetto. Ma il suo è un salvadanaio speciale, una scatola dei desideri, più che altro. Forse anche Lea è un po’speciale. Sarebbe meglio che qualcuno glielo ricordasse, ogni tanto.

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Sabato pomeriggio.

Abita in centro, al secondo piano di un vecchio palazzo ben tenuto. La via è stretta, fiancheggiata da lampioni di gusto un po’ retrò, con acciottolato a terra ad accompagnare i passi.  Gli alloggi dello stabile non sono molti, sei in tutto, ma Lea non ha rapporti stretti con i vicini.  La legano a loro, conversazioni sorridenti ma veloci – si parla del più e del meno – o commenti sul tempo.  L’appartamento è di sua proprietà (la chiusura del mutuo è agli sgoccioli) e, forse, troppo spazioso per le reali esigenze. Da quando i ragazzi sono fuori casa per studio e lavoro, le sarebbe sufficiente una metratura inferiore. Ma come può pensare di abitare altrove? C’è tutta lei in quelle stanze, nella piccola cucina, nello studiolo, nel salone. Le camere dei ragazzi poi sono irrinunciabili: vuoi mai che capitino all’improvviso e non ritrovino il loro solido mondo ad accoglierli? Lea ama i toni freddi e la sua casa ha pareti grigio chiaro e arredi bianchi. Il colore, che non manca, lo regalano gli accessori, pochi ma scelti con cura. Certo, le spese condominiali sono importanti e spesso rappresentano un cruccio da notte insonne. Ma ce la può fare. A dirla tutta, le pareti chiederebbero una rinfrescata e ha una gran voglia di tende nuove. Magari il prossimo anno, magari.

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Venerdì mattina.

Perplessa.  Lea è disorientata e perplessa.  Passeggia per le vie del centro di Milano – è giorno di consegna delle traduzioni dallo spagnolo commissionate da una piccola casa editrice – regalando occhiate alle vetrine ormai vestite di primavera. Nemmeno si avvicina troppo,  per non essere tentata all’acquisto. Si è appena chiusa la stagione dei saldi: quella delle new entry primaverili può, anzi deve, ancora attendere. Quindi  è doveroso mantenere una prudente distanza di sicurezza da dettagli tentatori.  Così, da lontano,  un profilo conosciuto  attrae la sua attenzione.  Il marito di una sua amica (cara amica), in compagnia di una conoscente,  è seduto al tavolino di una rinomata  caffetteria. Ecco, per come le tiene la mano, forse non è proprio solo una conoscente.  A disagio, molto più a disagio dell’inconsapevole coppia,  si  avvicina per poi allontanarsi rapidamente.  Avesse  qualcosa da nascondere, non si sarebbe di sicuro seduto ad un tavolino così esposto. Quindi deve trattarsi di un incontro innocente. Di sicuro, non sono affari suoi. Di certo, terrà l’informazione per sé.  Scontato, non ci dedicherà  altre riflessioni, né formulerà  ipotesi. Una mitragliata di pensieri  la attraversa.  Se ne va  – inutile negarlo – infastidita oltre misura.  Forse un rassicurante acquisto primaverile se lo può concedere;  dopotutto, perché no?

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Martedì mattina.

Lea è una discreta traduttrice. Inglese e spagnolo, studiati a scuola e approfonditi per diletto, le permettono di avere un valido, anche se contenuto, mercato. E’ impegnata poi come libera professionista in attività di marketing pubblicitario: la laurea in psicologia del marketing  le consente quest’attività discontinua ma molto piacevole. Non è il rassicurante posto fisso – abbandonato suo malgrado quando gli affetti la portarono lontano dalla sua città – che garantisce (garantiva?) tutele e tranquillità maggiori, ma ci si è adattata giocoforza. Le attuali occupazioni le consentono una gestione serena del quotidiano e soprattutto la possibilità di organizzarsi al meglio. Le riunioni e gli incontri che a volte la obbligano a spostarsi in altre città, non sono un problema; rappresentano anzi un gradito diversivo. Quando però un casuale contatto l’ha portata a conoscere una libraia locale in cerca d’aiuto, non ha esitato. Quattro ore, due volte la settimana, tra i libri, a parlar di libri, ad accarezzare,  impilare, esporre libri: il paradiso! A dire il vero, il sogno sarebbe stato quello di averne una sua, di libreria. E di arredarla, studiarne le vetrine a tema, organizzare incontri con autori e letture collettive. Si deve accontentare di un impiego molto part time: tutti desiderano vivere in paradiso, ma non è detto che sia sempre possibile anche possederne un angolo …

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Domenica mattina.

Lea non è quel che si dice un’ottima cuoca. Ha sempre cucinato per necessità, sia pure mettendo impegno e cura nei piatti da preparare, fossero una banale spaghettata pomodoro e basilico o un più complesso brasato al vino rosso. Quando i ragazzi abitavano ancora con lei – prima che scuola e lavoro li rapissero, destinazione mete lontane – si cimentava con più energia in cucina, spinta non solo dal senso del dovere e dalle sacrosante richieste della figliolanza, ma anche dal piacere di condividere cene e pranzi in compagnia. Poi ha di molto limitato, purtroppo, il tempo ai fornelli.  Questa domenica però,  un’inattesa carenza di zuccheri e l’invito di un’amica ad un informale appuntamento “tè e chiacchiere”, l’ha spinta a cucinare un dolce nella preparazione del quale non si era mai cimentata. Errore, fra l’altro: quando si è ospiti, si dovrebbe portare con sé un piatto collaudato che non nasconda trabocchetti e il rischio di una figuraccia. Ma tant’è.  Dal forno, magicamente, è uscito un perfetto strudel di mele (frutta, marmellata d’arancia, zucchero di canna, pinoli, uvetta, mandorle a lamelle): poco importa se la sfoglia è di quelle in vendita già pronte per l’uso. E’ un Irrilevante particolare. E, in ogni caso, lo strudel è squisito.

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Giovedì pomeriggio.

Nell’ordine: lo scarico di un lavabo da sturare, un paio di lampadine bruciate da sostituire, la seduta di uno sgabello da affrancare, la corda di una tapparella pericolosamente sgualcita.  Lavori domestici di pronto intervento di fronte ai quali Lea ha un cedimento d’energia. Qualcosa riesce a fare da sola; per le necessità più impegnative ricorre all’aiuto di un omino tuttofare,  conosciuto chiacchierando col titolare del negozio di ferramenta. E’ un operaio in pensione, specializzato in bricolage. E’ in grado di risolvere qualsiasi problema sia attinente alla manutenzione di una casa: svita e avvita, sistema infissi, ripara piccoli elettrodomestici, sostituisce serrature.  Lea ormai ne è dipendente. Inizialmente aveva immaginato una se stessa autosufficiente nella gestione dei guai casalinghi. Ma dopo un paio di tentativi dall’esito infausto con conseguente avvilimento morale, ha ceduto senza troppi rimorsi.  Dove sta scritto che deve saper fare qualsiasi cosa? Certo, deve raggruppare gli interventi in modo da non far perdere troppo tempo all’omino e troppo denaro a se stessa. Ma ormai ha una discreta esperienza.  Oggi pomeriggio è davvero soddisfatta: poca spesa, niente fatica, eccellente risultato.

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Mercoledì pomeriggio.

Lea ha ritrovato la piscina e il nuoto. Lo praticava da ragazza, senza troppo entusiasmo ma conscia che fosse un’ottima medicina naturale per il fisico. Nuotava così, come si affronta una cura antibiotica: per stare meglio, non certo per scelta, non proprio per dovere. Per guarire. E per stare meglio l’ha riscoperto qualche settimana fa. Si era iscritta dapprima in una palestra ma gli attrezzi l’annoiavano e i corsi non la convincevano del tutto, ora troppo dinamici e aerobici, ora troppo specialistici e con orari vincolanti. Tuttavia, sia il fisico sia la mente le inviavano sommesse richieste d’aiuto. Così Lea ha ripensato e ritrovato la piscina dell’adolescenza: un’altra struttura, ovviamente, visto che gli anni giovanili li ha vissuti in una città che non è quella attuale. Senza orari (e senza bandiere), a tu per tu con se stessa, in una dimensione senza confini, l’acqua. E proprio l’acqua è diventata una panacea per le ansie e gli arrovellamenti di pensiero, per recuperare vigore, per ritemprarsi. Ad ogni bracciata – nuota in prevalenza a rana – si perde e si ritrova, allontana il negativo e riaffiora, respira, gonfia i polmoni, libera la mente. E’ una riscoperta felice, benefica, rilassante e … rassodante insieme 🙂

 

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Domenica mattina.

“Quarantaquattro gatti, in fila per sei col resto di due …”. Da stamattina, la canzoncina del prezioso Zecchino  le risuona nelle orecchie. E non è casuale: oggi è il suo compleanno, “quel” suo compleanno. Acquario ascendente Acquario, Lea si ritrova come in uno specchio nella descrizione del profilo che ha scovato in un libricino dedicato al suo segno zodiacale. E’ un tipo “non convenzionale, brillante, simpatico e mentalmente aperto, insofferente alla routine. Desidera sentirsi libera e fare esperienze diverse. E’ attratta dal sapere e apprende con rapidità; ama i viaggi, la lettura, l’arte. E’ capace di idee innovative e sa dedicare attenzioni profonde a chi ne ha bisogno.”  Nota dolente: tende ad essere poco costante. E’ lei,  proprio lei.  Ha prenotato in pasticceria una torta al cioccolato – il suo dolce preferito, dopo il crème caramel – che dividerà con pochi amici  in un sobrio (noioso?) locale del centro. Brinderà, riceverà qualche piccolo dono che scarterà con emozione. Niente candeline da spegnere, per carità, che fanno tristezza. Ancora non sa come vestirsi, indecisa come sempre tra gonne, che adora, e  pantaloni, che alla fine vincono sempre. I ragazzi l’hanno chiamata poco dopo la mezzanotte. Lontani. Vicinissimi col cuore, ma lontani.

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Sabato mattina.

Oggi ha scaricato Instagram. Dopo Facebook e Twitter, ecco l’ultimo social atterrato sul suo cellulare. Lea non è  una donna ipertecnologica: ad esempio, ama ancora leggere i tradizionali “libri di carta” e non si è per ora lasciata tentare dai vari tipi di kindle proposti dal mercato e ormai sdoganati dalla sue amiche. Gli scaffali di casa, le  mensole, gli angoli del salone traboccano di libri (non tutti letti, in verità). E conta di restare loro fedele. Però non disdegna i social network: condivide, twitta, pubblica e commenta veloce, senza esitazioni o timori.  Instagram proprio le mancava. La sua ventenne fanciulla usa l’applicazione per pubblicare le foto dei gioielli che crea alla scuola orafa fiorentina presso la quale studia ormai da un paio di anni. Il profitto è nella media ma la creatività non le manca e le consente di compensare la teoria a volte vacillante. Attraverso Instagram potrà seguire la sua crescita, i suoi progressi, i successi e – perché no – anche il quotidiano della ragazza, che tanto le manca. Sempre che l’interessata le consenta l’accesso al profilo, dettaglio non così scontato …

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Venerdì pomeriggio.

Scialacquare non si può. Le bollette non danno tregua, il quotidiano costa. Lea lo sa bene e amministra le sue entrate con saggezza e buon senso.  Non ha problemi economici particolari ma certo non si può (non si vuole) permettere lussi inutili. Ci sono i ragazzi, ci sono i progetti, c’è il futuro.  Questo non significa però privarsi di quelle benefiche coccole che rigenerano lo spirito e allietano l’umore:  l’ acquisto non programmato di una camicia bianca vista in vetrina, qualche irrinunciabile libro, un giusto equilibrio tra aperitivi e cene fuori. Senza esagerare nell’eccesso, senza esasperare il risparmio. Oggi, per esempio, si è regalata un massaggio rilassante agli olii essenziali. Una carezza morbida, profonda e profumata; un’ora di totale relax – cellulare rigorosamente silenziato – abbandonata alle mani sapienti ed esperte dell’estetista. Chiacchiere anche, ma i lunghi momenti di silenzio sottolineati dalla musica giusta in sottofondo (una Tracy Chapman d’annata) sono impagabili. Esce rasserenata, ritemprata, leggera, con un sorriso invisibile negli occhi.

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Giovedì mattina.

Non è un po’ presto per pensare alle vacanze? Eppure da qualche giorno – complice un sole brillante – Lea ha voglia di mare. Perché quando pensa alle vacanze, inevitabilmente, pensa al mare e alla spiaggia. Salvo imprevisti, è sua abitudine inaugurare la stagione estiva con una settimana marina: hotel piccolo ed elegante, stabilimento balneare modaiolo ma poco chiassoso, lunghe passeggiate sulla battigia, letture, musica in cuffia, ozio rigenerante. Quell’ozio positivo, quando i pensieri strimpellano su tasti sereni, verso progetti ambiziosi e spesso irrealizzabili: cambiare casa e arredamento, viaggiare oltreoceano, pubblicare un paio di libri, vincere alla lotteria. Non capisce come, lei così attiva e vagabonda, possa trovare appagamento in una settimana di letargo estivo. Ma è così: la settimana di inizio estate – primi giorni di giugno – è un lasciapassare alla stagione calda, un salvacondotto per i mesi successivi, di estate piena. E l’abbronzatura che si regala in quei giorni è una cura di bellezza irrinunciabile, una carezza calda che corre dalle guance alle gambe, dalla schiena al cuore…

 

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Mercoledì pomeriggio.

Questo vento la innervosisce. Lea si è sempre chiesta come sia possibile amare il freddo e il vento. E’ una donna estiva, alla perenne ricerca di sole e di caldo. Che poi, il caldo, non è così difficile da gestire: una bibita fresca, una finestra aperta, un po’ d’ombra e di verde.  La stagione fredda invece la incupisce e non solo per il cielo coperto e la pioggia e la neve e la poca luce. La gola da proteggere, le mani che gelano, i piedi da tenere al caldo, il capo coperto. E poi il vento, quel vento che le scompiglia i capelli e la vita in malo modo, che la rende fragile, vulnerabile, esposta, proprio non lo sopporta. E’ invisibile ma rumoroso, imprevedibile. Lea non riesce ad abbandonarsi al vento. Si ritrae, cerca protezione, riparo. Il vento le impedisce respiri profondi e rigeneranti, le costringe lo sguardo a terra, la strapazza, come una ramanzina non meritata. Oggi deve uscire comunque, ha un impegno che non può e non vuole disdire. Ha un appuntamento con un’amica che vive fuori città. Non vede l’ora di incontrarla. Peccato il vento, peccato.

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Martedì pomeriggio.

Lo zio Edoardo, Edo per tutti, è l’unico legame con le sue radici. L’unico legame vivente. Ha novantasette anni e Lea lo ama. Piccolo di statura, rotondamente snello, capelli bianchi ben pettinati all’indietro, occhiali con la montatura di metallo, giacca, cravatta e pipa, sempre. Vive solo e pressoché da solo bada a sé. Nel senso che una signora rassetta e sistema ogni giorno il suo piccolo alloggio – un paio d’ore, non di più – ma zio Edo si rifà il letto, carica la lavatrice, cucina, riordina. E’ gentile ed educato, un’altalena di per favore, grazie, sorrisi. E’ sereno, appagato, affettuoso. Vede poco, tanto da usare la lente oltre agli occhiali per decifrare le notizie dell’immancabile quotidiano. E’ aggiornato, moderno di gusti e di pensieri. Una delizia, insomma. Quando lo va a trovare, Lea si sente accolta. Zio Edo trasuda orgoglio nei suoi confronti, felice dei successi professionali e dei figlioli ben cresciuti. Certo, la vorrebbe con un amore accanto, “a farle compagnia”, dice lui. Invece Lea,  come zio Edo, vive sola ma ha un mondo affollatissimo e felice attorno. Lo saluta con un abbraccio e un bacio: sa già che, tra pochi minuti, zio Edo la richiamerà con una scusa, ancora per un ciao …

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 Martedì mattina.

Né cani, né gatti. Lea non ha una passione particolare per gli animali. I gatti le sono indifferenti, non proprio simpatici in verità. Ed è una quasi antipatia ricambiata. I felix la guardano con gli occhietti a fessura, la fissano, la giudicano. Bonariamente altezzosi, miagolanti,  insofferenti. Forse dovrebbero conoscersi meglio, ma non c’è mai stata occasione. Per i cani ha istintiva simpatia, ma li teme. Ha paura dell’abbaio, di un imprevedibile morso, dei salti contro le gambe, del muso sul grembo. Eppure avere un cane le sarebbe piaciuto. Forse, se da piccola ne avesse posseduto uno, sarebbe stato diverso. Si sarebbe potuta abbandonare a quell’amore incondizionato che le scodinzolanti bestiole – lo sa – regalano ai loro padroni. E’ in coda, all’ufficio postale. Un pastore tedesco dagli occhi umidi e dolci la osserva quieto. Forse ha qualcosa da dirle, da offrirle. Guarda lei, proprio lei. Nessuna creatura le ha mai rivolto un simile sguardo, rassicurante, amorevole, devoto. Gli sorride, inconsapevole e  malinconica.  Mentre esce lo saluta con la mano, sperando che nessuno la veda.

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Domenica sera.

Dopo due settimane di letargo post influenzale, Lea è pronta a ripartire. Oddio, ha ancora una leggera tosse stizzosa che pare non voglia abbandonarla; ma si sente meglio, molto meglio. Domani sostituirà la tuta di pile che l’ha avvolta e coccolata in questi giorni di torpore, con abiti civili. Dovrà ricorrere ad una provvidenziale coda di cavallo perché i suoi capelli sono ingestibili. Spenti, il castano chiaro opaco e malaticcio pure lui, un po’ elettrici. Ma alla capigliatura c’è rimedio e ci penserà nei prossimi giorni. Da domani si ricomincia anche a lavorare con impegno: un pacco di traduzioni l’aspetta sullo scrittoio e, anche se lo sguardo lo evita, non può più attendere. In ogni caso, la settimana ricomincerà con una colazione  golosa, seduta al tavolino d’angolo della sua caffetteria preferita: cappuccino con cacao, croissant integrale ai frutti di bosco e il quotidiano da sfogliare e, qua e là, leggere. Buon lunedì Lea, buon reinizio.

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Sabato mattina.

Suona il telefono. Lea sta bagnando il bonsai con meticolosa attenzione. E’ un olmo mai cresciuto, magnifico, le piccole foglie perfette, il tronco nodoso, germogli ovunque. Senza fretta raggiunge l’apparecchio. E’ il suo figliolo londinese, per un saluto. Affettuoso e sbrigativo insieme, proprio come lui. Lea ci è abituata ormai e sa cogliere nelle sfumature della voce, nei toni smorzati o alti, lo stato d’animo del ragazzo. Tutto a posto, tutto tranquillo. Chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe trasformata in uno psicologo della voce, in un detective fonico, per necessità e per amore? Torna da Olmo: potesse, lo abbraccerebbe, per osmosi.

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Giovedì sera.

Lea è stanca. Oggi è nevicato tutto il giorno e ha preferito non uscire. Ha poltrito, dormicchiato, letto, guardato tanta, troppa tv.  Non si è riposata, tutt’altro. Questa inattività forzata non è benefica: lascia addosso una patina di malinconico torpore. E pensare a tutte le volte che ha desiderato un intero pomeriggio di nulla! Unica consolazione, un ottimo tiramisù preparato e divorato con la stessa frenesia. Ora, una tisana calda; meglio, una tazza di roibos, il tè rosso aromatico e corroborante. Fuori, continua a nevicare e la luce della notte è magica.

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Storie di Lea. Istantanee scattate in giornate qualunque: brevi cronache che possono appartenere ad ogni donna. Perché ogni donna – a volte – agisce, pensa, vive …  è come Lea.

(foto – quasi tutte – da “pixabay.com”)

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